CALCIO FEMMINILE

Calcio femminile, Rizza: "I bronzi Under-17 un ricordo fantastico, ma quanti sacrifici"

La calciatrice di Pomigliano ricorda i successi con le giovanili della Nazionale italiana e le difficoltà nel portare avanti la propria passione

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 Federica Rizza
© ufficio-stampa

Giocare a calcio e vestire la maglia della propria Nazionale è un sogno per milioni di appassionati in giro per il mondo. Farlo quando si è studenti, poi, rende il tutto ancora più straordinario, ma allo stesso tempo dannatamente complicato. Alzarsi presto al mattino, seguire le lezioni, tornare a casa per fare i compiti e poi imbracciare il borsone e andare ad allenarsi fino a tarda sera è una routine sfiancante ma in grado di regalare incredibili soddisfazioni e incancellabili emozioni. È la storia di Federica Rizza, calciatrice 25enne che milita tra le fila di Pomigliano, in Serie A, che con la nazionale italiana Under-17 ha scritto pagine indelebili della storia azzurra. Insieme con le sue compagne, infatti, nel 2014 ha centrato uno strepitoso bronzo europeo in Inghilterra e un ancora più inaspettato bronzo mondiale in Costa Rica, qualche mese più tardi.

Questi sono, ancora oggi, i migliori risultati conseguiti da una nazionale di calcio femminile giovanile dal successo dell'Under-19 guidata da Corrado Corradini ai Campionati europei del 2008. Abbiamo incontrato Federica per rivivere con lei quei momenti magici e per farci raccontare come abbia saputo affiancare al proprio sogno un complicato percorso di studio, terminato con una laurea in Farmacia.

Federica hai esordito in Serie A giovanissima, a 16 anni, con la maglia dell'Inter. Quando è nata la tua passione per il calcio?

La mia passione nasce quando avevo 5 o 6 anni e ho iniziato a giocare nella squadra del mio paese con i miei compagni di classe. Da lì ho continuato con questa passione che mi ha trasmesso mio padre, che ha sempre giocato a calcio anche se solo a livello dilettantistico. Fino a quando mi è stato possibile ho giocato con i maschi pari età, poi ho risposto a una chiamata dell'Inter femminile. Il tutto è avvenuto in maniera casuale perché mia madre, che lavorava in una edicola, ha sentito in radio una intervista dell'ex presidente dell’Inter femminile, Elena Tagliabue, in cui diceva di stare cercando giovani calciatrici per la prima squadra che stava nascendo. Ho fatto sei anni all’Inter nel corso dei quali abbiamo raggiunto la Serie A, prima di trasferirmi al Mozzanica e, successivamente, al Milan…

Quindi hai giocato su entrambe le sponde del Naviglio. Che differenze ci sono tra Inter e Milan femminile?

Con l'Inter ho un rapporto speciale perché mi ha fatto crescere come calciatrice e come donna: sono partita dalle giovanili e sono arrivata fino alla Serie A. Inoltre, grazie all'Inter ho ricevuto la mia prima chiamata dalla nazionale italiana. Ovviamente la società attuale non è quella che c'era quando io giocavo nell'Inter femminile e ho vissuto tutta la fase di transizione. Anche al Milan è stata un'esperienza particolare perché sono arrivata dopo che la società aveva rilevato il titolo sportivo dal Brescia. L'emozione è stata grandissima perché il Milan è una delle società più importanti del mondo, certamente diversa dal Mozzanica che è la squadra per cui ho giocato tra le due esperienze. In rossonero ho avuto l'onore di giocare con calciatrici di livello internazionale e sicuramente questo mi ha segnata tantissimo.

Anche se sei ancora molto giovane, con la maglia della Nazionale Under-17 sei riuscita a toglierti delle belle soddisfazioni con un bronzo agli Europei di categoria nel 2014 e un altro terzo posto ai Mondiali in Costa Rica, sempre nel 2014. Che ricordi hai di quelle esperienze?

Sono state due esperienze indescrivibili. Vestire la maglia della Nazionale è bellissimo nonché un grande onore. Ma è anche una grande responsabilità perché le cose vanno affrontate in una certa maniera e con grande serietà. Quell'Europeo e quel Mondiale sono stati inaspettati, perché, se all'Europeo c'era qualche possibilità che facessimo bene, al Mondiale nessuno avrebbe scommesso su di noi. La nostra forza fu il gruppo, che era molto affiatato. Di quella squadra tantissime oggi giocano ancora in Serie A e grazie alla nostra compattezza in campo e fuori siamo riuscite a raggiungere degli ottimi risultati. Ricordo con grande affetto tutte le mie compagne e ripensandoci ancora oggi mi riempio di orgoglio e di emozione.

I due terzi posti conquistati dalla tua Under-17 sono i migliori risultati ottenuti a livello giovanile per il calcio femminile negli ultimi 10 anni. Come mai secondo te non siamo più riusciti a essere competitivi?

Il calcio femminile è cambiato rispetto a come era quando io avevo 16/17 anni. Oggi le società hanno tutte un settore giovanile, cosa che consente alle calciatrici di svolgere un certo tipo di allenamento fin da quando sono piccole. Questo rispetto a prima dovrebbe rappresentare un vantaggio ma forse non è ancora sufficiente a colmare il gap con le altre nazioni. Per quanto riguarda la nostra spedizione noi siamo state certamente delle outsider. Avevamo questo gruppo fortissimo di ragazze affiatate che lottavano per un obiettivo comune che nemmeno si erano prefissate. Forse quello che manca attualmente è proprio questo spirito di squadra perché vi posso assicurare che il livello si è alzato notevolmente e ci sono tante giovani calciatrici il cui talento è davvero evidente. Credo possa essere solo questione di tempo ammesso che si riesca a ricreare quello spirito di gruppo che ha caratterizzato la mia spedizione azzurra.

Quanto è difficile per una ragazza di 16/17 anni riuscire a far conciliare la passione per il calcio e lo studio? Pensi sia ancora più complicato per una ragazza rispetto a un collega uomo?

È stato molto difficile. Per fortuna a me è sempre piaciuto studiare e ho sempre trovato professori che mi hanno aiutata nel portare avanti questo mio sogno e questa mia passione. Probabilmente anche perché facevo sempre vedere il mio impegno e cercavo di stare al passo con gli altri. Ho visto molte mie compagne, invece, che quando eravamo in ritiro con la nazionale venivano considerate assenti a scuola e sappiamo che con un certo numero di assenze si rischia di perdere l'anno... Io mi ritengo fortunata anche se mi sono sempre impegnata tanto per cercare di conciliare entrambe le cose anche perché so che il calcio è la mia professione adesso ma che un giorno dovrò crearmi un futuro al di fuori del calcio. Spero di avere avanti ancora tanti anni di carriera ma sono consapevole che, banalmente guardando agli stipendi, non potrò mai vivere di rendita. Quando finirà la mia carriera da calciatrice dovrò trovarmi altro da fare ed è per questo che ho portato avanti anche gli studi riuscendo a laurearmi in Farmacia. Onestamente non ho mai pensato che quello della calciatrice sarebbe stato il lavoro di tutta la mia vita. Lo è adesso, domani chi può dirlo.

Puoi raccontarci una tua giornata tipo da calciatrice studentessa?

La giornata tipo era svegliarsi al mattino, andare a scuola fino al primo pomeriggio, dopo di che andare a casa, fare i compiti e poi alla sera correre gli allenamenti. All’epoca, non potendo essere indipendente perché non avevo la patente, mio padre mi portava al campo di allenamento verso le 17 e poi tornavamo indietro insieme verso le 22. Il giorno dopo si ricominciava tutto da capo... Poi quando ho iniziato l'università le cose sono cambiate perché il Milan non si allenava alla sera, ma al mattino, rendendo il tutto un po' più complicato. Certamente non posso che dire grazie ai miei genitori che mi hanno sempre supportata, senza di loro non sarei mai riuscita a fare tutto quello che ho fatto nella mia carriera.

Oltre che con l'Under-17 hai giocato anche con la nazionale Under-19 ma manca ancora la chiamata di quella maggiore. Secondo te resta un sogno nel cassetto o ci sono possibilità concrete di vederti di nuovo con la maglia azzurra?

Vestire la maglia della Nazionale è sempre un onore. Quando ti chiamano sei la persona più felice del mondo. Ora non ci penso, cerco di fare bene qui dove sono anche perché sono reduce da un periodo in cui ho giocato poco anche a causa degli infortuni. Cercavo una piazza in cui mettermi in mostra e ripartire e a Pomigliano ho trovato l'ambiente giusto. Diciamo che per ora resta un sogno nel cassetto ma mai dire mai...

Questo è il tuo primo anno a Pomigliano. Dopo un inizio di campionato difficoltoso state ottenendo ottimi risultati. Cosa ti aspetti per il prosieguo della stagione?

Pomigliano è una piazza diversa da tutte le altre della Serie A. Siamo una sorta di outsider e siamo un gruppo di ragazze giovani e brave che sta facendo bene. Per fortuna nell'ultimo periodo ci siamo compattate ancora di più e spero che possiamo riuscire a mantenere questo spirito di squadra, che è la nostra più grande forza. Anche contro il Como abbiamo dimostrato che possiamo ambire a realizzare un vero e proprio miracolo chiamato salvezza.

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