Zanardi, l'ironman dalle mille sfide che non si è mai arreso
A 14 anni il padre gli regalò un kart: da lì iniziò la scalata nelle formule minori fino all’esordio in Formula 1. Poi l'handbike e le medaglie paralimpiche
La storia di Alex Zanardi è stata un inno ostinato alla vita. Perché l’ex pilota bolognese, simbolo mondiale del paralimpismo, non aveva mai accettato l’idea di arrendersi. Lo ha fatto ieri sera, come annunciato stamattina dalla famiglia, dopo sei anni di lotta estrema contro l’ennesima prova che il destino gli aveva imposto. Se n’è andato il 1° maggio, lo stesso giorno che 32 anni fa portò via Ayrton Senna, lasciando un’eredità fatta di sfide, coraggio e grandezza morale.
Una vita al limite
Classe 1966, bolognese, figlio di un idraulico e di una sarta, Zanardi aveva conosciuto presto il dolore: nel 1979 la morte della sorella in un incidente stradale. Ma non si era fermato. A 14 anni il padre gli regalò un kart: da lì iniziò la scalata nelle formule minori fino all’esordio in Formula 1 nel 1991 con la Jordan, poi la Lotus, fino al 1994. I risultati non furono quelli attesi e si trasferì negli Stati Uniti, dove trovò la sua dimensione nella Formula Cart, vivendo tra il 1996 e il 1998 le sue stagioni migliori. Nel 1999 Frank Williams lo riportò in F1, ma l’avventura si chiuse con 44 GP e un punto iridato.
Il primo ritorno
Il 15 settembre 2001, al Lausitzring, Zanardi è vittima di un terribile incidente durante una gara Champ Car che gli costò l’amputazione di entrambe le gambe. Rischiò di morire dissanguato, subì 16 interventi e 7 arresti cardiaci. Ma sopravvisse. E non si limitò a sopravvivere: tornò a correre, scoprì il paraciclismo, vinse quattro ori paralimpici tra Londra 2012 e Rio 2016 e otto titoli mondiali. Scrisse libri, condusse “Sfide”, divenne un riferimento morale oltre che sportivo.
Il secondo incidente
Il 19 giugno 2020, durante una staffetta benefica in handbike sulla Statale 146 a Pienza, un nuovo impatto devastante. Zanardi perse il controllo del mezzo e si scontrò con un camion. Le condizioni furono disperate: coma, interventi multipli, trasferimenti tra Lecco, Milano e Padova. A gennaio 2021 riacquistò coscienza. La moglie Daniela e il figlio Niccolò lo hanno protetto in un silenzio rispettoso, accompagnandolo in un percorso lento e fragile.
L'eredità
Per molti era apparso immortale, capace di rinascere ogni volta. La sua storia resta una delle più potenti testimonianze di resilienza dello sport italiano: un uomo che ha vissuto più vite, sempre con lo stesso sorriso contagioso.