Sono passati esattamente 28 anni da una delle partite politicamente più importanti della storia del calcio, "La madre di tutte le partite", cioè Stati Uniti-Iran del Mondiale 1998. Ironia della sorte, questo anniversario cade durante lo svolgimento dell'edizione 2026 ospitata in USA (e Canada e Messico). Oggi la situazione politica, che appariva già all'epoca tesissima tra i due paesi, è notevolmente peggiore ed è sfociata in una guerra vera e propria che si sta ripercuotendo anche sulla nazionale Iraniana, costretta a non poter restare sul territorio Usa più del tempo necessario per giocare come lamentato dall'allenatore della selezione.
Gli antefatti del match del 1998
Le tensioni politiche tra Stati Uniti e Iran, all'epoca, furono caratterizzate da quasi mezzo secolo di provocazioni e atti ostili reciproci iniziati nel 1953. Gli USA orchestrarono quell'anno il cambio di governo iraniano facendo cadere l'eletto Mohammad Mosaddegh per instaurare alla guida del paese Reza Pahlavi, altresì noto come lo Shah di Persia. Nel 1979 lo Shah fu messo in fuga durante la Rivoluzione islamica e salì al governo l'Ayatollah Khomeini, che nominò come eterno nemico dell'Iran il paese statunitense. Nei dieci anni successivi tra i due paesi accadde di tutto: nella guerra Iran-Iraq gli USA sostennero i secondi, nel 1979 studenti iraniani rapirono 52 americani tenendoli ostaggi per 444 giorni, nel 1988 una nave da guerra degli Stati Uniti abbattè il volo Iran Air Flight 655, uccidendo tutti i 290 passeggeri. Fu il momento in cui la guerra reale tra i due paesi fu più vicina.
L'avvicinamento alla partita
Le tensioni elevatissime furono gestite nel 1998 con estrema cura e attenzione da parte di tutte e due le delegazioni sportive: Steve Sampson e Jalal Talebi, allenatori in carica di Stati Uniti e Iran, si conoscevano personalmente e lavorarono insieme per depoliticizzare e ammorbidire l'atmosfera, sia pre, che durante, che post partita. Bill Clinton, in quel momento Presidente degli Stati Uniti, registrò un messaggio di pace invitando tutti a prendere il match come ciò che era, cioè una partita tra due squadre che si confrontano sportivamente.
La partita
La governance iraniana, va detto, non fu altrettanto avvezza a questi messaggi: Ali Khamenei, succeduto a Khomeini, obbligò i giocatori iraniani a non dirigersi verso quelli statunitensi per il classico saluto tra le squadre. Lo fecero gli americani, che andarono verso i rivali. In questo momento esatto, poi, fu registrato uno degli istanti più politicamente importanti della storia del calcio: i giocatori iraniani guidati dal capitano Ahmadreza Abedzadeh consegnarono mazzi di rose bianche agli avversari in segno di pace, che furono ricambiati con i gagliardetti della Federazione calcistica americana. Inoltre, le due compagini posarono insieme in una foto di gruppo mista. Il match fu vinto per 2-1 dall'Iran, con gol al 40' di Hamid Estili e all'84' di Mehdi Mahdavikia, mentre per gli USA segnò Brian McBride di testa all'87'.
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Il dettaglio di tensione
I due tecnici Sampson e Talebi si incontrarono personalmente in seguito in California, e Talebi rivelò che durante l'intervallo funzionari governativi iraniani fecero irruzione negllo spogliatoio della selezione asiatica minacciando i giocatori, affermando che se avessero perso non sarebbero mai più potuti rientrare in patria, oltre a promettergli rappresaglie sulle famiglie che erano in loco. La pressione sulla delegazione iraniana, quindi, fu colossale.
28 anni prima, 28 anni dopo
Cosa accadrebbe oggi se le due selezioni si incontrassero non è dato sapere, e la circostanza non è nemmeno così improbabile: il 3 luglio il tabellone opporrà infatti la seconda classificata del Gruppo D, quello USA, alla seconda classificata del gruppo G, quello dell'Iran. Se le due compagini arrivassero entrambe seconde, quindi, scatterebbe lo scontro diretto. E osservando la situazione geopolitca tra le due nazioni che sono effettivamente in guerra, ben peggiore di quella del 1998, si può trarre la conclusione che questa volta purtroppo non ci sarebbero rose bianche in campo.