LA DELUSIONE

Un altro anno da incubo: l'ennesimo fallimento dell'Italia in Europa

Con la Roma quasi certa dell'eliminazione, il bilancio nazionale nelle coppe è di nuovo da dimenticare

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Meno male che c'è l'Italia di Mancini, perché se dovessimo fare il bilancio stagionale del nostro calcio in Europa valutando solo quello dei club, il verdetto sarebbe imbarazzante. In Champions la squadra quasi campione nazionale è uscita ai gironi prima di vedere l'ecatombe delle altre tre agli ottavi. In Europa League abbiamo perso un pezzo ai sedicesimi e uno agli ottavi e stiamo andando, salvo miracoli, verso l'addio dell'ultima rimasta, la Roma. 

Che ci siano dei problemi è confermato dal fatto che un anno fa in Champions siamo riusciti a portare solo una squadra ai quarti (l'Atalanta) mentre in Europa League abbiamo almeno raggiunto la finale, anche se la coppa è andata al Siviglia. Se si considera poi che l'Italia non conquista un trofeo  europeo dal 2010, e che da allora ha raggiunto in totale solo tre finali, è abbastanza evidente che sia necessario correre ai ripari.

Non basta più usare la scusa della superiorità economica delle altre nazioni, anche se è indubbio che i club inglesi, spagnoli, tedeschi e il Psg abbiano delle risorse finanziarie che da queste parti ci sogniamo. Se però riflettiamo sul fatto che uno scarto del nostro calcio, come Bruno Fernandes, è uno dei killer della Roma, diventa automatico pensare che ci sia dell'altro. Spesso si è accusato il pallone made in Italy di essere troppo conservativo e incapace di produrre un gioco propositivo. Non si può negare, però, che quasi tutti gli allenatori, italiani o importati come Fonseca, cerchino di sviluppare un calcio più portato alla manovra in chiave offensiva. Evidentemente non basta.

Le ragioni sono probabilmente legate al fatto che all'estero si ricerchi di più l'uno contro uno sia in fase difensiva che in quella offensiva, senza troppo concentrarsi sui movimenti dei reparti e lasciando ai giocatori più libertà, anche se all'interno di un'organizzazione precisa. E' per quello che le partite di certi campionati europei ci sembrano più vivaci, più veloci e meno spezzettate (anche se per quest'ultimo punto non va dimenticato l'atteggiamento degli arbitri meno propensi dei nostri a interrompere il gioco). Insomma, il cambio deve essere culturale e quindi molto difficile da mettere in pratica. Senza i soldi ci vogliono le idee. E da queste parti scarseggiano sia gli uni che le altre. 

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