Inter, per passare serve lo spirito di quella notte magica del 1990
I nerazzurri guidati dal Trap rimontarono due gol all'Aston Villa di David Platt con una partita straordinaria e a fine stagione sollevarono la Coppa Uefa: per battere il Bodo ci vuole un'impresa simile
di Enzo PalladiniSi fa presto a dire rimonta. Un concetto esaltante in tutti gli sport, ma soprattutto nel calcio, dove si vince in undici (o addirittura in sedici) e si perde in undici. Ma anche un’impresa difficile da realizzare. La storia delle Coppe europee è piena di qualificazioni ribaltate partendo da un gol di svantaggio all’andata, mentre si riducono drasticamente i casi di rimonte partite da due o più gol di scarto. Ci vuole coraggio, ma ci vuole anche equilibrio. Ed è quello che l’Inter deve mettere in atto per sperare di arrivare negli ottavi di Champions League: una rimonta contro il Bodo Glimt basata sul coraggio e sull’equilibrio. Detto così sembra facile.
Non ci sono moltissimi precedenti in proposito, anche perché da quando esiste la Champions League, la fase a eliminazione diretta si è un po’ ridotta. Si gioca molto di più, ma anche con più possibilità di rimediare a una sconfitta. Però molti tifosi interisti hanno ancora fresco nella mente il ricordo di quella che viene tuttora considerata la rimonta storica per eccellenza nella bacheca nerazzurra: quella contro l’Aston Villa.
Era il secondo turno di Coppa Uefa 1990-91. L’Inter allenata da Giovanni Trapattoni andò a Birmingham forse sottovalutando un po’ il valore dei rivali, che potevano contare sulla forza esplosiva di David Platt oltre che basi solidissime dal punto di vista atletico. Addirittura, durante l’allenamento nerazzurro della vigilia, Platt si nascose in un box dello stadio per carpire i segreti della squadra del Trap. Al Villa Park fu un disastro. Inter mai pericolosa, 2-0 per i padroni di casa, un gol nel primo tempo (tiro da distanza siderale del difensore centrale Nielsen), raddoppio nella ripresa (gran gol di Platt).
La partita lasciò uno strascico pesante. Ad Appiano Gentile, in occasione del primo allenamento successivo alla disfatta, ci un acceso confronto (per usare un eufemismo), soprattutto tra i tedeschi (Matthaeus, Brehme e Klinsmann) che avevano da poco vinto il Mondiale e i veterani italiani. Uno di quei confronti nel chiuso dello spogliatoio che da sempre esistono nelle squadre piccole e grandi. Serviva una reazione forte. La sera della partita di ritorno, 7 novembre 1990, San Siro era traboccante di gente. C’era un’aria insolita intorno a quella partita, c’era la percezione che poteva succedere qualcosa di importante. E storia fu. L’Inter disputò novanta minuti a un’intensità che non si era mai vista, macinò gioco e chilometri senza curarsi della potenza atletica che si trovava di fronte. Primo tempo chiuso 1-0 con gol di Jurgen Klinsmann, nel secondo tempo il raddoppio di uno scatenato Nicola Berti. Poi l’apoteosi con il 3-0 di Alessandro Bianchi, un giocatore straordinario che però segnava pochissimo e quella sera mise il punto esclamativo alla rimonta. Subito dopo il fischio finale, fradicio di sudore quanto ebbro di felicità, Lothar Matthaeus nel suo pittoresco italdeutsch dettò la sua frase storica: “Grande casino per grande vittoria”. Alla fine della stagione, l’Inter avrebbe vinto la sua prima Coppa Uefa battendo la Roma in una finale che all’epoca era ancora prevista sulla doppia partita.
Altri tempi, certo. Altri giocatori, altro calcio. C’era ancora la regola che favoriva i gol segnati in trasferta e questo significa molto per l’Inter attuale, che dovrà per forza vincere con tre gol di scarto altrimenti dovrebbe ricorrere ai supplementari e ai rigori. I nomi dell’Aston Villa di allora erano probabilmente più intriganti rispetto ai vichinghi del Bodo Glimt. Però bisogna compiere un’impresa come quella. Analogie? Poche. Però il 1990 era un anno in cui si giocò il Mondiale, così come il 2026. L’Inter del Trap aveva tre campioni del mondo in squadra, l’Inter di Chivu ne avrebbe uno ma è infortunato e questo sicuramente è un ostacolo in più verso il sogno della rimonta.
Ma come sta esattamente l’Inter in questo momento? Non al cento per cento, viste le assenze e vista la partita d’andata contro il Bodo Glimt con le sue incredibili amnesie difensive. A Lecce il risultato è arrivato grazie alle sostituzioni fatte da Chivu. Però il campionato si è messo su un piano discendente che difficilmente potrà cambiare, dieci punti di vantaggio sono un tesoretto che si può amministrare con una certa serenità, ma soprattutto un punto d’appoggio solido per affrontare senza ulteriori pensieri questo ritorno contro i norvegesi.
Le armi a disposizione di Chivu non mancano. La più importante è sicuramente Dimarco, con la sua straordinaria attitudine a distribuire assist. A centrocampo le scelte sono diverse nonostante tutto. In attacco, all’andata Pio Esposito ha dimostrato che può giocarsela sia fisicamente che tecnicamente contro i colossi della difesa norvegese. Sarebbe ottimo per aumentare le possibilità di qualificazione un ritorno di Thuram al rendimento e alla voglia che l’ha contraddistinto per un lungo periodo dal suo arrivo in nerazzurro.
Il resto è cuore e testa. Dopo quella sconfitta del 1990 ci fu un caos che fruttò un’impresa a cui poi ne seguirono altre. Dopo la mezza disfatta di Bodo non ci sono stati dei redde rationem ma solamente tanto buon senso. Quale delle due strade è la migliore? La risposta all’erba di San Siro, per fortuna non al sintetico dopolavoristico di Bodo.