L'ANALISI

Doha, il flop dei Mondiali di atletica spaventa il calcio verso il 2022

Caldo, umidità, atleti in condizioni tremende e pochi spettatori: un mezzo fallimento che preoccupa i vertici del pallone

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Certamente l’Italia ai Mondiali di atletica non si è coperta di gloria. Dei 66 atleti convocati (la spedizione azzurra più numerosa di sempre) solo una, Eleonora Giorgi, è tornata con una medaglia. Un bronzo conquistato nella marcia 50 km. Per il resto qualche buona prestazione e nulla più. Le staffette della 4X100 sia maschile che femminile hanno fatto segnare nuovi record italiani. Anche Yeman Crippa sui 10mila metri ha cancellato un primato nazionale che durava da 30 anni. Notevole il piazzamento nella finale dei 100 metri di Filippo Tortu che con il suo settimo posto ha provato a competere con lo strapotere afro-americano della velocità. Delusioni per Gianmarco Tamberi nell’alto così come per Claudio Stecchi nel salto con l’asta. Per entrambi solo un ottavo posto. Davide Re dopo aver mancato di un soffio la finale dei 400 metri è riuscito a trascinate alle Olimpiadi di Tokio la staffetta con una prestazione notevole.Ma se l’Italia piange, ma in passato le cose erano andate anche peggio, il Qatar non ride.

Se il Mondiali di atletica a Doha dovevano essere l’ultimo banco di prova in vista del Mondiale di calcio 2022 si può tranquillamente dire che non è stato un successo. Anzi. A poco è servito spostare la data dell’evento, solitamente in calendario nel mese di agosto, ai primi di ottobre. Il principale problema che gli atleti si son trovati ad affrontare è stato il caldo, l’altro il totale disinteresse per la manifestazione da parte della popolazione.

Per combattere le temperature costantemente intorno ai 40 gradi e un tasso di umidità tra il 70 e l’80 per cento il Khalifa Stadium, palcoscenico dell’evento, è stato ristrutturato con una spesa di 81 milioni di dollari e attrezzato con un sistema di raffreddamento ultramoderno.  Tremila bocchettoni a bordo pista hanno sparato aria condizionata nell’impianto per mantenere sulla pista una temperatura costante tra i 24 e i 26 gradi. Nulla si è potuto fare, invece, per le maratone e le marce che, per forza di cose, si sono svolte fuori dallo stadio. Gli atleti impegnati nella 20 e 50 chilometri di marcia e nella maratona sono stati costretti a correre di notte. Con la partenza delle competizioni fissata intorno a mezzanotte e arrivi fino alle 4.30.  Ma il clima desertico ha creato comunque enormi problemi.  Svenimenti, vomiti, crisi intestinali, collassi, crampi sono stati la logica conseguenza. Atleti tutti concordi nel dire che in nessuna parte del mondo si fanno gare in queste condizioni, neppure in Africa. Ad esempio nella prova femminile su 68 maratonete partenti 28 si sono ritirate e 30 sono finite al centro medico. L’italiana Giovanna Epis ha raccontato: “Sono svenuta al dodicesimo chilometro per il caldo e l’umidità. Mi è spiaciuto abbandonare ma le condizioni erano proibitive. Non era più una maratona ma una corsa a chi arrivava”. Ancora più pesante la bielorussa Volha Mazuronak che, dopo l’arrivo al traguardo in sesta posizione, è esplosa: “Un gruppetto di altolocati dirigenti ha deciso di farci correre in queste condizioni e mentre noi abbiamo rischiato la salute loro erano seduti da qualche parte al fresco, se non a letto a dormire. Così è irrispettoso”. A rincarare la dose è intervenuto pure il decatleta francese Kevin Mayer, uno dei personaggi simbolo del movimento, che ha sentenziato: ”Questi mondiali sono un disastro quando si è deciso per questa rassegna iridata non si è tenuto conto della priorità degli atleti”. Ma a contenere la rabbia degli atleti (1039 uomini e 889 donne provenienti da 209 paesi) il montepremi record per i 49 titoli in palio. Ovvero 7,5 milioni di dollari. Una montagna di denaro senza precedenti. Per ogni medaglia d’oro sono stati pagati 60mila dollari, per l’argento 30mila e per il bronzo 20mila. A tutti i finalisti sono stati corrisposti premi  a decrescere. Dai 15mila per il quarto classificato ai 4mila per l’ottavo. Soldi a parte, molti atleti i problemi climatici li hanno pagati sulla propria pelle.

I Mondiali di Doha, si è giustificata la Iaaf (International Association of Athletics Federations) sono una scelta del precedente presidente Lamine Diack e non del successore Sebastian Coe, leggendario mezzonfondista inglese oro olimpico nel 1980 a Mosca e nel 1984 a Los Angeles, che a Doha è stato confermato alla guida dell’atletica mondiale.

Rimpallo delle responsabilità a parte, Coe è ai vertici della Iaaf dal 2015 quando  fu costretto a dimettersi l’ottantenne Lamine Diack, francese ma di origini senegalesi. La sua è una storia che ricorda in parallelo l’assegnazione della Coppa del Mondo di calcio al Qatar e di tutte le sue ombre. Nel 2015 Diack era stato arrestato per corruzione e riciclaggio (avrebbe incassato mazzette di centinaia di migliaia di euro per coprire il doping degli atleti russi) insieme a due dei suoi quindici figli. Si tratta di Khalil e Papa Massata fatta assumere dalla Iaaf insieme ad un avvocato amico. I quattro avevano creato, secondo gli inquirenti, “Una struttura di governo informale che agiva al di fuori della struttura formale del governo Iaaf” che sul modello di quanto fatto dalla Fifa ha portato l’atletica mondiale a Doha. Scelta che ha costretto alcuni atleti a competere in condizioni estreme come dimostra il fatto che le prestazioni on road sono state le  più lente degli ultimi vent’anni. Gli atleti sfidando calura e umidità notturna hanno corso alla luce dei lampioni trovando strade completamente deserte. Ovvero zero tifosi.

Ed ecco l’altro problema dei Mondiali di Doha. L’assenza quasi totale del pubblico. Anche se la capienza del Khalifa Stadium era stata preventivamente ridotta e portata da 50 a 35 mila presenze, le tribune sono rimaste desolatamente vuote. La media degli spettatori sugli spalti è stata intorno alle 2000 unità. Le autorità locali hanno cercato di rimediare portando negli stadi un po’ di lavoratori immigrati e chiudendo le scuole per favorire l’afflusso degli studenti: palliativi che non sono serviti quasi a nulla. E anche la finale dei 100 metri maschili, la gara storicamente più seguita dell’atletica, si è svolta in un contesto avvilente.

Anche qui la Iaaf ha cercato di giustificarsi per voce di Anna Ricciardi membro del consiglio mondiale di atletica: “Siamo uno sport globale, non tendiamo ad escludere Paesi ma ad includere. Ormai lo sport è molto televisivo, abbiamo scelto di privilegiare i concorsi perché c’era più possibilità di storytelling. Per il futuro di tratta di trovare più equilibrio e di non sacrificare gli spettatori presenti”.

Retorica a parte, resta l’enorme danno d’immagine per l’atletica e le preoccupazioni per il Mondiale di calcio. È vero che nel 2022 tutto avverrà all’interno degli stadi con condizionatori a disposizione e soprattutto si giocherà in inverno quando il clima sarà più clemente, ma il problema degli spettatori resta.

Pensare ad esempio che masse di tifosi si spostino in pieno autunno dall’Europa in un periodo di piena attività lavorativa appare una scommessa azzardata. Vero che a queste latitudini il calcio attira molto più dell’atletica ma i dubbi restano e la prova generale è stata un mezzo fallimento.

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