ALPINISMO

Hervé Barmasse: "Più di centocinquanta volte in vetta al Cervino ma ora vado a dare... un'occhiata agli ottomila pakistani!"

In partenza per il Pakistan, l’alpinista di Valtournenche celebra il “suo” Cervino con un nuovo libro ed un film-documentario.

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Resta prima di tutto un alpinista sopraffino ma Hervé Barmasse, che noi di Sportmediaset.it abbiamo la fortuna di incontrare più volte all’anno, non smette di stupirci per la  capacità di rinnovarsi e di ampliare lo spettro della sua attività nell'ambiente dell’alta quota e dell'outdoor. Nel corso di una settimana fitta di incontri e di impegni, abbiamo ancora una volta avuto modo di apprezzare le sue multiformi qualità di divulgatore del mondo della montagna e dell'alpinismo. Sempre in cerca di nuovi obiettivi ma con un punto fermo viene da dire imprescindibile: il Cervino.

HB: Quando definisco il Cervino come un fratello intendo dire che per me non è solo una montagna. Non è solo roccia, neve e ghiaccio ma qualcosa di più, che mi ha insegnato tanto nella vita, e non parlo solo dell’alpinismo. Sul Cervino ho sperimentato le mie capacità e le mie qualità, ma anche i difetti ed i punti sui quali dovevo lavorare. Però mi ha insegnato anche altro: a discernere le cose utili da quelle inutili, ad evitare il superfluo, per concentrarmi sugli obiettivi precisi. E poi il Cervino è una montagna che affascina, che emoziona e che ti lascia qualcosa dentro. E guarda che non è così per tutte le montagne! Il Cervino sa regalarti delle emozioni, come solo le persone e gli esseri viventi sanno fare. Dunque in definitiva non una montagna ma - secondo me - qualcosa di più.

La montagna fuori dalla porta di casa… o forse proprio casa sua: Hervé Barmasse ed il Cervino. Raramente l’identificazione tra un uomo ed una montagna è stata più netta. Potrebbe sembrare un limite. Non lo è ovviamente e per esserne certi può anche bastare arrivare in fondo all’intervista che segue e che anzi avete già iniziato a leggere poco sopra: quella che Hervè ci ha concesso subito prima di... concedersi alle diverse centinaia di appassionati che qualche sera fa hanno affollato una delle sale del Regina Palace Hotel di Stresa (sul Lago Maggiore) per la serata “targata” Vibram nel corso della quale il 44enne (tra pochi giorni) alpinista valdostano ha introdotto la proiezione del coinvolgente docufilm “Cervino: la Cresta del Leone” da lui co-diretto insieme ad Alessandro Beltrame ma soprattutto interpretato da attore protagonista e narrato con efficacia, ricchezza di aneddoti e di informazioni. Lasciamo che sia quindi lui a spiegarci l’idea alla base del progetto:

HB: L’idea va in controtendenza rispetto a quella che è la moda degli alpinisti: vale a dire mostrare le proprie imprese, le proprie gesta. Io volevo raccontare il Cervino di tutti, la sua via normale italiana lungo la Cresta del Leone, che è una delle più ambite dei quattromila delle Alpi e tra l’altro una delle più difficili. Dunque l’idea era quella di passare in consegna alcuni consigli e raccontare alcuni aneddoti legati a questa montagna. L’idea nasce dal desiderio di regalare agli altri quello che io ho potuto vivere sul Cervino e secondo me funziona perché poi la montagna non è fatta solo di grandi imprese. È molto di più e quando ci focalizziamo solo su noi stessi… beh, vuol dire che abbiamo un ego smisurato ma forse come uomini non valiamo poi tanto…

Abbiamo poi chiesto ad Hervé quale sia stata la sfida più grande nel realizzare il docufilm, che era stato presentato in anteprima mondiale la scorsa primavera al Trento Film Festival. Oltre che completa, la risposta ci ha stupito per la naturalezza con la quale il “nostro” restituisce il rapporto diretto ed a tratti viscerale con una montagna che la stragrande maggioranza di tutti noi ammira (dal basso, perlopiù!) con un misto di immutabile stupore e di rispetto profondo e che Hervé - come da lui dichiarato a Stresa - pur non avendo tenuto un conto preciso stima di avere salito "almeno" 150 (centocinquanta) volte!

HB: Sul Cervino non puoi muoverti con tanti operatori. Non puoi sempre avere l’inquadratura stretta, quella larga, il drone, tutti che lavorano assieme: si lavora uno alla volta, perché non c’è spazio. Quindi ogni scena ho dovuto girarla tre, quattro e anche cinque volte. Tu stai pur sempre scalando a quattromila metri e devi parlare al microfono, rimanere concentrato, insomma devi sapere quello che dici, tutto questo in piena azione! Ed allora anche la via normale, che per me effettivamente è… casa mia, ed è un po’ quasi… un sentiero più che una scalata… beh, ecco, diciamo così… sale di grado! Però è stato bello, perché insomma… alla base di tutto c’era l’intenzione di trasmettere qualcosa agli altri.

Culminata nella proiezione del docufilm e nel racconto di Hervé la serata di Stresa, moderata da Ivo Casorati, si era aperta con la presentazione dell’edizione 2022 del Trail del Mottarone, classico appuntamento di corsa sui sentieri che il prossimo anno è in programma nel weekend di sabato 7 e domenica 8 maggio sulle distanze di 30 e 90 chilometri (anche in staffetta a due elementi 45K+45K). Un evento che vuole anche superare - senza dimenticarla - la tragedia dello funivia del Mottarone dello scorso 23 maggio, le cui conseguenze pesano ancora sull'unico soprvvissuto (quello che abbiamo avuto modo di conoscere negli ultimi sei mesi come il piccolo Eitan), sui familiari delle vittime e sull’intero territorio.

Dopo Stresa, il minitour promozionale d’inizio dicembre di Hervé Barmasse è proseguito con una tappa milanese che - nel breve volgere di poche ore – lo ha portato dal palco dei Garmin Beat Yesterday Awards a quello di Anteo Palazzo del Cinema, dove Hervé ha presentato la sua più recente fatica letteraria: “Cervino, la montagna leggendaria” (Rizzoli). Anche in questo so lasciamo che sia lui a parlarcene:

HB: Nel libro racconto tutta la storia del Cervino fino ai giorni nostri e lo faccio in modo differente. Sul Cervino hanno scritto tanti storici e pochi alpinisti. In realtà questo è un libro scritto da un alpinista, con un punto di vista alpinistico. Dunque l’importanza delle ascese, degli aneddoti e dei racconti, di fatti avvenuti sul Cervino e che non riguardano solo la montagna ma sono importanti e sono raccontati da chi la montagna la vive e l’ha scalata, da chi insomma la conosce. Questa è un cosa che nessuno aveva mai fatto prima. Ho trovato tanti aneddoti dei quali nessuno aveva mai parlato. Una delle cose che fa più sorridere si riferisce a Walter Bonatti. Lui fa questa grande impresa sul Cervino (la prima invernale della parte nord nel mese di marzo del 1965, conclusione della sua carriera di alpinista estremo, ndr). Sono tutti concentrati su Bonatti ma pochi sanno che alcune Guide del Cervino (società della quale fa parte anche Hervé, ndr) sono andate a raddrizzare la croce di vetta che era caduta a terra nel corso di una tempesta. Tutti avevano pensato: Walter riesce in questa straordinaria impresa e… non trova la croce! Se si riascoltano le parole di Bonatti nelle interviste dell’epoca lui dice proprio: sono arrivato in cima al Cervino, la croce brillava, l’ho abbracciata come se fosse un amico o un compagno di corda. Ma le parole di Bonatti, se qualcuno non fosse andato a raddrizzarla, la croce, non sarebbero state le stesse (e così “potenti”, aggiungiamo noi). Questo, così come altri aneddoti mai raccontati, secondo me arricchiscono un libro che è già stato definito un saggio illustrato: un genere un po’ fuori moda perché ci sono bravi narratori e bravi illustratori ma la combinazione delle rispettive competenze si è un po’ persa per strada perché implica un lavoro molto faticoso. Però, insomma, credo che ne sia venuto fuori un buon prodotto.

Nelle prossime settimane però gli orizzonti di Hervé torneranno con ogni probabilità ad ampliarsi: ben oltre le magiche atmosfere di Stresa, le mille luci di una Milano "ridondante" e vestita per le festività ed in fondo anche ben oltre lo stesso Cervino:

HB: Sì, l’idea è di partire per il Pakistan un paio di settimane prima di Natale, per andare a dare un’occhiata ad uno dei nostri possibili obiettivi. Ne abbiamo più d’uno. Poi si tratterà di decidere e di focalizzarci su uno solo, che sarà comunque una montagna di ottomila metri. Non sappiamo però ancora quale, nel senso che vogliamo verificare le condizioni della montagna ed in particolare l’innevamento. Siamo un po’ scrupolosi da questo punto di vista e poi in questo momento dire: andiamo lì, faremo così… sappiamo benissimo che magari poi domani chiudono le frontiere e non andiamo più da nessuna parte! Diciamo che il piano è raggiungere il Pakistan e sarà comunque una montagna di ottomila metri.

Gli indizi seminati da Hervé tra le righe restringono apparentemente il campo della ricerca ad un gruppo ben ristretto dei quattordici “ottomila” del pianeta: quelli che si stagliano nel cielo del Pakistan: quattro in totale. Anzi, quattro più uno. Sì perché al K2, al Broad Peak, al Gasherbrum II ed al Gasherbrum I (Hidden Peak) - tra di loro "vicini" e disposti in quest’ordine da nordovest a sudest lungo la linea di confine con la Cina - bisogna aggiungere il Nanga Parbat, “sdegnosamente” appartato,  duecento chilometri in linea d’aria più a sudovest ed al quale - pur appartenendo al Pakistan - ci si riferisce a volte come all’unico “ottomila” del Kashmir, regione da tempo contesa militarmente tra lo stesso Pakistan e l'India.

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