Alexander Zverev non riesce a smettere di sorridere. Sei anni dopo la finale persa nel 2020, il tedesco conquista gli US Open battendo Ben Shelton e si gode il secondo titolo Slam della carriera. Una vittoria arrivata al termine di una finale nella quale, per qualche secondo, non si è nemmeno accorto che fosse finita: "Pensavo fosse 5-1 invece di 6-2. Ero davvero nella mia bolla, non sentivo alcun rumore. Non ho sentito nemmeno l'arbitro dire 'game, set, match'". Una concentrazione totale che, secondo Zverev, lo ha anche aiutato: "Non mi sono davvero innervosito quando ho servito per chiudere la partita, perché pensavo che il punteggio fosse diverso". Poi l'analisi della strategia adottata contro Shelton, soprattutto sul rovescio: "Non si tratta di velocità, ma di altezza e profondità. Quando giochi veloce ma piatto, lui gestisce meglio il rovescio. Giocare più alto e più profondo porta a un risultato migliore".
Zverev rende quindi merito al suo avversario e al lavoro fatto negli ultimi anni: "Non credo di essere il più talentuoso sotto alcun aspetto. Gran parte del mio tennis deriva dal duro lavoro, dalle tante ore in campo, in palestra e in pista". E Shelton, aggiunge, ha fatto un salto di qualità evidente: "Questo è stato il miglior rovescio che abbia mai giocato contro di me, con la maggiore continuità e potenza. Un paio di anni fa, se gli rimandavi tre o quattro palle, arrivava un errore. Oggi non è stato affatto così". Il tedesco si concede poi una risposta che fotografa anche gli equilibri attuali del tennis. E alla domanda se si consideri il migliore al mondo in questo momento, dice: "Con Jannik Sinner infortunato e Carlos Alcaraz che rientra da un infortunio dopo quattro mesi, probabilmente sì, in questo preciso momento. Se entrambi fossero sani e al massimo della forma, forse no".
E indica ancora Sinner come riferimento: "Se tutti sono sani, penso che Jannik sia ancora davanti. Quattro o cinque mesi fa perdevo sempre contro di lui". Infine il ritorno alla finale del 2020, quando Zverev perse contro Dominic Thiem a porte chiuse. "Le ferite di quella finale sono in qualche modo scomparse dopo la vittoria a Parigi", racconta, spiegando di aver imparato a vivere diversamente le grandi occasioni. "Prima di vincere a Parigi avvertivo molta pressione, c'era sempre il dubbio: vincerò mai uno Slam? Ora provo soprattutto gioia nel giocare finali di questo tipo".