Sci alpino, Tomba: "Con me gente si divertiva, ogni gara aveva suo fascino"
"Quando sciavo io la gente si divertiva, facevo le rimonte, baciavo la neve, ogni mia gara aveva un suo fascino particolare, dalla prima all'ultima. È per questo che riuscivo a portare 20 mila persone di media sulle piste, a volte sono arrivato anche a 30 o a 40 mila. Oggi c'è uno zero in meno, se tutto va bene. Si può dire che piacevo, ecco. Anche perché esisteva uno stile-Tomba che mi caratterizzava. E che andava fortissimo, al di là del mio modo di sciare. Ero uno che piaceva tanto. Ma poi devi vincere, altrimenti non riesci a muovere così tante persone, a farle appassionare". Così Alberto Tomba in un'intervista a GQ Italia e Vogue Italia, ora in edicola. "A un certo punto in tutta l'Italia è venuta fuori la Tombamania, è scoppiata un'epidemia di Albertite - racconta - Anche Gianluca Vialli e Roberto Mancini me lo dicevano sempre: loro e tutti gli altri giocatori della Sampdoria andavano a pranzare negli spogliatoi, accendevano la tv piccolina che si erano fatti montare e guardavano le mie gare mentre mangiavano. Facevano di tutto per non perdersi mai i miei slalom. Ai primi raduni, i miei compagni erano tutti in tuta, io avevo il gel nei capelli. Loro a cena mangiavano la pastina in brodo, io sei bistecche. Ho imposto qualcosa di nuovo a livello di stile e di comportamento".
Sull'interruzione di Sanremo nel 1988, ricorda: "Avevo 21 anni. Li avevo compiuti da pochissimo, e quei due ori olimpici furono una sorpresa per tutti. Per la mia famiglia, per il mondo intero. A me in realtà veniva tutto facile in quei giorni, poi però dopo mi sono reso conto delle imprese che avevo fatto e di quello che era successo, del fatto che 20 milioni di telespettatori erano davanti alla televisione per guardare la mia gara". Sulla gestione delle sconfitte dice: "Io non ero come gli altri, che si piangevano addosso. Quando perdevo la prendevo a ridere, ci scherzavo su, mi ubriacavo. È così che tornavo subito a vincere". E sul prezzo del successo: "Io ho provato sulla mia pelle ciò che diceva Enzo Ferrari: in Italia viene perdonato tutto, tutto tranne il successo. Intorno a me c'era tanto amore, ripeto, ma poi a un certo punto è subentrata anche una parte di odio - dice - È inevitabile, lo so, quando qualcuno fa notizia va a finire sempre in questo modo. Però poi succede che la stampa si mette a indugiare nella vita privata, succede che le cose vengono scritte al contrario. E a quel punto diventa tutto molto difficile da sopportare". E aggiunge: "Ero un condannato alla vittoria. E meno male che allora non c'erano i social. Quando ho vinto l'ultimo trofeo che mi mancava, ho potuto dire 'basta, è stato bello, vi saluto' senza rimpianti".