Sci alpino, Tomba: "Con me gente si divertiva, ogni gara aveva suo fascino"

08 Feb 2026 - 12:59

"Quando sciavo io la gente si divertiva, facevo le rimonte, baciavo la neve, ogni mia gara aveva un suo fascino particolare, dalla prima all'ultima. È per questo che riuscivo a portare 20 mila persone di media sulle piste, a volte sono arrivato anche a 30 o a 40 mila. Oggi c'è uno zero in meno, se tutto va bene. Si può dire che piacevo, ecco. Anche perché esisteva uno stile-Tomba che mi caratterizzava. E che andava fortissimo, al di là del mio modo di sciare. Ero uno che piaceva tanto. Ma poi devi vincere, altrimenti non riesci a muovere così tante persone, a farle appassionare". Così Alberto Tomba in un'intervista a GQ Italia e Vogue Italia, ora in edicola. "A un certo punto in tutta l'Italia è venuta fuori la Tombamania, è scoppiata un'epidemia di Albertite - racconta - Anche Gianluca Vialli e Roberto Mancini me lo dicevano sempre: loro e tutti gli altri giocatori della Sampdoria andavano a pranzare negli spogliatoi, accendevano la tv piccolina che si erano fatti montare e guardavano le mie gare mentre mangiavano. Facevano di tutto per non perdersi mai i miei slalom. Ai primi raduni, i miei compagni erano tutti in tuta, io avevo il gel nei capelli. Loro a cena mangiavano la pastina in brodo, io sei bistecche. Ho imposto qualcosa di nuovo a livello di stile e di comportamento".

Sull'interruzione di Sanremo nel 1988, ricorda: "Avevo 21 anni. Li avevo compiuti da pochissimo, e quei due ori olimpici furono una sorpresa per tutti. Per la mia famiglia, per il mondo intero. A me in realtà veniva tutto facile in quei giorni, poi però dopo mi sono reso conto delle imprese che avevo fatto e di quello che era successo, del fatto che 20 milioni di telespettatori erano davanti alla televisione per guardare la mia gara". Sulla gestione delle sconfitte dice: "Io non ero come gli altri, che si piangevano addosso. Quando perdevo la prendevo a ridere, ci scherzavo su, mi ubriacavo. È così che tornavo subito a vincere". E sul prezzo del successo: "Io ho provato sulla mia pelle ciò che diceva Enzo Ferrari: in Italia viene perdonato tutto, tutto tranne il successo. Intorno a me c'era tanto amore, ripeto, ma poi a un certo punto è subentrata anche una parte di odio - dice - È inevitabile, lo so, quando qualcuno fa notizia va a finire sempre in questo modo. Però poi succede che la stampa si mette a indugiare nella vita privata, succede che le cose vengono scritte al contrario. E a quel punto diventa tutto molto difficile da sopportare". E aggiunge: "Ero un condannato alla vittoria. E meno male che allora non c'erano i social. Quando ho vinto l'ultimo trofeo che mi mancava, ho potuto dire 'basta, è stato bello, vi saluto' senza rimpianti".