SPECIALE SCUDETTO INTER

Inter, l'impronta di Chivu sullo scudetto: tattica, record e comunicazione

Nella prima stagione completa su una panchina di Serie A, l'allenatore romeno è riuscito ad andare oltre le difficoltà. L'analisi e le sfide per il futuro

di Enzo Palladini
03 Mag 2026 - 22:40

Non è un giovane nel senso più completo del termine. Il prossimo 26 ottobre festeggerà il suo 46° compleanno, l’età giusta per il mestiere che fa. Di sicuro, Cristian Chivu è giovane dentro, eredità di parecchi anni vissuti fianco a fianco con i ragazzi nerazzurri che crescevano nelle categorie giovanili. Giovane è anche il suo curriculum, perché questo scudetto l’ha conquistato al suo primo anno completo da capo allenatore in Serie A, dopo la brevissima parentesi coincisa con la salvezza semi-miracolosa del Parma.

Ma poi, alla fine, per lo stato attuale del calcio italiano, Chivu è giovane lo stesso. Nel nuovo Millennio, solo quattro colleghi più giovani di lui hanno festeggiato uno scudetto: Carlo Ancelotti con il Milan 2003-04 (44 anni e 10 mesi), Roberto Mancini con l’Inter 2005-06 (titolo assegnato a tavolino il 26 luglio, quindi 41 anni e 8 mesi), Massimiliano Allegri con il Milan 2010-11 (43 anni e 9 mesi), Antonio Conte con la Juventus 2011-12 (42 anni e 9 mesi).

Dati puramente statistici, perché di questi allenatori solo Conte era al suo primo campionato dall’inizio su una panchina di Serie A. Altri dati importanti. Chivu è il secondo allenatore nella storia dell’Inter a vincere lo scudetto sia indossando la maglia nerazzurra sa guidando la squadra dalla panchina, l’unico precedente è stato Armando Castellazzi 88 anni fa. È anche il primo allenatore nato negli anni ’80 a vincere lo scudetto, così come Simone Inzaghi era stato nel 2024 il primo nato negli anni ’70.

Il Chivu allenatore ha impiegato un po’ di tempo per farsi apprezzare. Chiamato quasi all’improvviso a guidare l’Inter al Mondiale per club dopo l’addio (forse atteso e forse no) di Simone Inzaghi, nel torneo iridato non ha né brillato né deluso, passando il primo turno e cedendo poi ai brasiliani del Fluminense. Però quel periodo è servito sicuramente per creare un rapporto solido con la squadra, che ha dato i suoi frutti nel tempo. Ha rispettato il lavoro svolto da Inzaghi, mantenendo il tema del 3-5-2 con poche variazioni e con qualche piccolo ritocco tattico, dovuto anche alla improvvisa ricchezza del settore offensivo dopo il periodo di vacche magre degli Arnautovic e dei Correa.

Ha pagato all’inizio della stagione alcune sconfitte-shock come quella subita in casa con l’Udinese e quella rocambolesca contro la Juventus. Ha sopportato, ha ingoiato tutto, non si è mai scomposto. E alla fine ha avuto ragione lui, che ha avuto il merito non comune di fregiarsi del tricolore al primo tentativo. Resta l’amarezza per aver preso 0 punti e segnato 0 gol in due partite contro il Milan e per aver strappato solamente un punto in due gare al Napoli. Ma sono dettagli che possono essere trasformati in armi in più per la prossima stagione, quando chiederà ai suoi di cercare delle rivincite. Dopo qualche giornata, una parte della tifoseria proponeva il Chivu-out e il ritorno di Mourinho, per come sono andate le cose oggi nessuno lo penserebbe più.

Un altro aspetto di Chivu che ha colpito molto la critica e la tifoseria è il linguaggio utilizzato nelle occasioni ufficiali. Nato a Resita, in Romania, cresciuto in Olanda, nell’Ajax, è arrivato in Italia nel 2003 ma usa la nostra lingua come un nativo, anche con una certa originalità e con concetti che vanno dritti al bersaglio. Durante il Mondiale per club stupì tutti dicendo: “Quando si è all’Inter, bisogna imparare anche a mangiare la m…a, e a volte non basta perché bisogna anche masticarla bene”. Un’uscita alla Mourinho, che in comune con lui ha lo scudetto vinto al primo tentativo. Per tutta la stagione, le sue conferenze pre e post partita hanno dato titoli e spunti di discussione. Non è piaciuta molto la linea difensiva sul tema della simulazione più esultanza di Bastoni, ma forse la battuta che più ha infastidito colleghi e tifosi avversari è stata quella più recente, quando a scudetto quasi acquisito ha detto con un ghigno beffardo: “Siamo vicini al nostro obiettivo, quello di entrare in Champions League”.

Ma che tipo di comunicatore è Cristian Chivu? Per capirci di più ci siamo rivolti a Paolo Viganò, docente di comunicazione e rapporti con i media per i corsi a Coverciano del Settore Tecnico Figc. Ecco come ce l’ha raccontato da un punto di vista scientifico: “La comunicazione è (anche) allenamento. Lo dimostra il percorso di Cristian Chivu, allenatore dell’Inter, nelle interviste e nelle conferenze stampa. Un avvio, dopo la nomina e prima del Mondiale per club, poco più che scolastico: le frasi che ti aspetti da un nuovo mister alla prima volta con un grande club. Quindi una fase di costruzione dei rapporti interni: sempre dalla parte di gruppo e singoli, anche dopo le prime sconfitte rumorose, per esempio quella con l’Arsenal in Champions. Le difficoltà arrivano quando la codina dell’imprevedibile mette, a confronto in 24 ore, una frase poco realistica di Cristian sulle revocatorie arbitrali e la simulazione di Bastoni in Inter-Juventus: piovono critiche, lui segue la linea politica del club. Infine, mentre si apre definitivamente il sipario con vista sullo scudetto, dal suo bagaglio caratteriale tira fuori l’uso dell’ironia, che già lo aveva caratterizzato da giocatore. Si sprecano i paragoni con il suo Professore del Triplete, Josè Mourinho, ma in questo caso sono i media che sbagliano ed esagerano: in diciotto anni la comunicazione è diversa nel linguaggio e nei mezzi. Oggi quel ‘Non sono un pirla’ forse non avrebbe il peso, geniale e generazionale, che ha avuto allora”.

Il primo traguardo è stato centrato e qualche mese fa in pochi ci avrebbero creduto, Adesso viene il difficile, cioè provare a confermarsi. Chivu ha bisogno prima di tutto delle sue idee, qualcuna magari nuova, ha bisogno dell’appoggio dei suoi giocatori (che al momento sembra avere) e della scorta della società. L’anno prossimo forse lo scudetto non sarà obbligatorio, ma qualche passo in più in Champions League sicuramente sì.