CUORE TIFOSO JUVE

Le Juve di Sarri lasciano mestamente San Siro

Che non perda tempo al suo interno a spendere parole a questo punto del tutto inutili

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Primo match-point: fallito. Ma con ogni probabilità, anche visto il percorso da montagne russe delle squadre di vertice della Serie A post-Covid, la Juventus ne avrà almeno un altro prima di arrivare a immaginare ciò a cui lo juventino non vuol neppure pensare. Ovvero la volatona finale. Perché lì si arriverebbe da sfavoriti, per storia e logica di questo genere di competizioni. Nel tennis, la partita di San Siro persa (malissimo) contro il leggiadro - di testa - Milan di Pioli sarebbe come quando costruisci bene il punto e poi fallisci lo smash a bordo rete con l’avversario ancora piegato sulle gambe in uno degli angoli del campo.

Ma nella notte del gol di Rabiot (unica cosa davvero mondiale osservata di una Juve pragmatica più delle parole di Sarri nel dopogara) e della virtuale festa scudetto dentro lo 0-2 di Cristiano Ronaldo, la Juve ha portato la metafora del tennis dentro il ring della boxe: il pugile dominante, più forte, favorito, dispone per oltre metà dei round del proprio avversario. E i giudici annotano. Il divario ai punti sembra incolmabile. Ma appunto di punti si tratta, perché poi arrivata la tempesta perfetta (sono pugni anche nel calcio, a conti fatti) e quando sei a terra te ne accorgi che è troppo tardi, che non ci sono più forzi, che il countdown è già a nove e il dieci arriva in un istante.

C’è stato sul campo il classico gancio che ha cambiato il destino della partita? Può esserlo davvero il rigore fischiato via VAR contro Bonucci per intervento di braccio sotto misura rispetto alla strana battuta a rete (con il corpo) di Ante Rebic? Il dubbio è legittimo, ma come alibi vale sinceramente poco. Può esserlo stato una certa supponenza della squadra, che tra l’altro sembrava aver colpito il Milan proprio nel momento chiave della partita, cioè a inizio secondo tempo? Impensabile, se sei la Juve. Non può essere, non può essere accettabile anche lo fosse stato. Come può un 442 facile da interpretare, soprattutto con i rossoneri che a quel punto potevano soltanto più giocarla a testa bassa rendendosi magri doppiamente vulnerabili?

Ecco, quando le domande iniziano a essere troppe, le due Juve di Sarri diventano difficili da spiegare. Quella del primo tempo col Napoli a Torino e di quello stesso secondo tempo. Quella contro il Lione e dieci giorni dopo contro l’Inter. Persino quella dei due tempi col Lecce. O forse anche quella del derby se Belotti fosse stato mezzo metro più indietro. Per questo alla Continassa serviranno meno parole che in passato, perché è surreale pensare (e lo pensiamo in molti) che le recriminazioni non sono abbastanza per non pensare di aver anche perso meritatamente. Da aggiungere in coda, visto che poi in realtà le risposte sono solo quelle contro l’Atalanta sabato prossimo, c’è che la Juve una volta incastrata sul repentino 2-2 deve far finire la partita. Sempre che sia davvero concentrata sull’obiettivo. Che non perda tempo al suo interno a spendere parole a questo punto del tutto inutili.

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