ALPINISMO E AVVENTURA

Hervé Barmasse a Milano: “Sono un uomo fortunato e il Cervino è il mio fratello maggiore”

L’alpinista ed esploratore valdostano mattatore di una serata milanese tra imprese note e segrete, vita da testimonial e riflessioni d’alta quota.

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Quando le montagne (e specialmente le più alte, lontane e segrete) scendono… al piano, è ben difficile che il “contatto” ci rimandi a casa a mani vuote o non “toccati”: nell’anima e nella coscienza. Soprattutto se a fare da anello di collegamento (se preferite: appiglio ) tra Loro e noi è un alpinista, viaggiatore ed esploratore come Hervé Barmasse. Questo è secondo noi il senso della conferenza tenuta dal 43enne testimonial di The North Face nella sua sortita "padana" al DF Sport Specialist di Milano.

Impossibile rinunciare all’opportunità (di per sé non rarissima ma sempre preziosa) che ci è stata offerta recentemente - e non solo a noi, per fortuna - dall’azienda di Denver di ascoltare e salutare Hervé Barmasse nel corso della sua serata milanese per presentare Advanced Mountain Kit, il nuovo sistema per l’alpinismo ideato da The North Face, sviluppato in collaborazione con gli alpinisti del proprio team David Göttler, Andres Marin ed appunto Hervé Barmasse.  

L’intero piano terra del negozio DF Sport Specialist di via Palmanova a Milano trasformato in un teatro per quello che di lì a poco si sarebbe rivelato un vero e proprio one-man show o quasi di Hervé, moderato dalla collega Elisa Calcamuggi e che solo in un paio di momenti si è “allargato” ad Adrian Martinez (che ci ha aiutato a capire quale sia stato il contributo di Hervé nella sperimentazione di AMK) ed al titolare dello store Sergio Longoni, che non ha mancato di sottolineare come il conto totale delle serate "targate" DF Sport Specialist con i protagonisti dell’outdoor sfiori ormai quota trecento… and counting, come si dice. Insomma, non se ne vede (per fortuna) la fine!

Lo storyboard di Hervé è collaudato ed efficace, studiato e mai banale. Si capisce: l’argomento è forte, non concede per sua natura spazio a cali di tensione e gli episodi rivissuti e ripercorsi dal “nostro” catturano inevitabilmente l’attenzione di un pubblico che troviamo preparato come poche altre volte in questo genere di serate. Segno della scelta consapevole di ascoltare un professionista che si concede a cuore aperto e ti porta per un’ora lontano dalla quotidianità e dal contesto di per sé non particolarmente accattivante di una serata d’inizio autunno nella primissima periferia milanese. Con le parole e con le immagini: dallo Shisha Pangma al Monte Bianco, dalla Patagonia al Cervino che l’alpinista di Valtournenche - incalzato sulla sua predilezione per la “Gran Becca” - non esita a definire “il mio fratello maggiore” e del quale ha percorso ogni via e tutte le creste: le quattro classiche che definiscono la "piramide" della montagna (Leone, Zmutt, Hornli e Furgen) e quelle segrete ed incastonate, quasi nascoste nel cuore della parete sud (Deffeyes-Carrel e De Amicis) che Barmasse -  primo a riuscirci - ha salito tutte e sei in solitaria.

Colpisce di Hervé la sua felice (e non facile, tutt’altro che comoda) intuizione di dedicarsi ad un’attività parecchio esplorativa ed a tratti intimistica. Da concedere al suo pubblico, ma solo dopo averla pensata, progettata e vissuta sul terreno quasi segretamente. Partendo spesso in silenzio, senza annunci. Tanto che del suo prossimo progetto Hervé non ha rivelato nulla, consegnandoci però la “promessa” di raccogliere un giorno in un libro invece che i suoi successi i fallimenti, le rinunce, i passaggi difficili. Come l'incidente che ha messo fine ad una promettente carriera nello sci alpino ("Sono finito contro un palo di ferro ad oltre cento chilometri orari: ha vinto lui, ma sono un uomo fortunato"), spostando il suo focus sull'alpinismo, proprio ad iniziare dal Cervino e di nuovo nel solco di una tradizione familiare che ne ha poi fatto una guida alpina... di quarta generazione. Sliding doors che - se vissute come momenti “salvifici” e di crescita - aiutano appunto a maturare ed avvicinano avventure "alte" e lontane (in ogni senso), largamente esclusive.

Noi questo apprezziamo maggiormente di Hervé: il suo essere vicino e… lontanissimo, svelato e segreto, pubblico e appartato . Senza ipocrisie in un senso o nell'altro. Un uomo d’avventura che non teme di essere frainteso quando afferma di non considerare del tutto suo un "ottomila"... mancato per tre soli metri: quelli della cresta di neve sommitale e pericolante. E tantomeno teme malintesi, affermando di essere "un uomo fortunato" e di considerare una spedizione sulle montagne più alte del pianeta alla stregua di "una vacanza". Un uomo che - andando oltre il terzo polo (quello verticale: l'Everest) è diretto verso una sorta di “quarto polo”: quello della profondità: l’esplorazione, quella della propria anima, prima di tutto. Lontano dall'alpinismo "di punta" e dal clamore che spesso circonda le imprese dei suoi primattori. Senza per questo rinunciare al professionismo che lo ha portato a mettere a disposizione il suo talento e la sua esperienza per contribuire allo sviluppo dell'Advanced Mountain Kit presentato al pubblico nel corso della serata ma solo dopo aver ricordato i colleghi ed amici David Lama, Hansjörg Auer e Jess Roskelley, scomparsi nella primavera di due anni fa sull'Howse Peak nell'Alberta (Canada) e loro pure parte del team TNF con lo stesso Hervé, Marin e Göttler. Un sistema da alpinismo, quello identificato dalla sigla AMK, che integra innovazione, processi produttivi di ultima generazione ed una nuova vestibilità, coniugando traspirabilità, leggerezza e comprimibilità in un sistema a strati, che associa cinque tecnologie brevettate per offrire agli atleti libertà di movimento e comfort, al fine di raggiungere i loro obiettivi senza scendere a compromessi in termini di protezione dalle condizioni più estreme e severe.  

Ci siamo comunque messi pazientemente messi in fila, a fine serata, aspettando il nostro turno per salutare Hervé, per invitarlo a condividere i suoi progetti ed  suoi pensieri su Sportmediaset.it. Con i suoi tempi, secondo le sue inclinazioni e le sue emozioni. Ha firmato un casco bianco da arrampicata ad un ammiratore. Lo ha fatto scrivendo con un pennarello nero la sua firma per la lunga, al vertice della calotta. Nero su bianco, nessuna via di mezzo. Un segno dritto e preciso, tracciato senza incertezze o meglio senza ripensamenti. Viene da pensare: una linea lungo una parete, una nuova via prima immaginata, poi tentata, se possibile chiusa, subito oppure la prossima volta. Un tratto distintivo ed un modo di essere: evidentemente il suo.

 

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