LA SFIDA TATTICA

Spagna-Argentina: due filosofie diverse che esaltano il singolo nel collettivo

Nella partita di New York si affrontano concezioni del calcio differenti ma altrettanto vincenti

di Andrea Cocchi
19 Lug 2026 - 08:00
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Una finale inedita tra la squadra campione d'Europa e quella del Sudamerica. A livello di appeal era difficile immaginarsi un atto conclusivo del Mondiale più suggestivo di questo. Poi c'è l'aspetto tattico. Nel conformismo generale, Spagna e Argentina portano avanti le loro idee senza troppi compromessi. De la Fuente parte dalla tradizione di una selezione che si ispira, da almeno vent'anni, alle logiche posizionali storiche del Barcellona. Si parte da lì ma poi si declina il gioco a seconda degli interpreti. Scaloni ha costruito un impianto difficilmente ripetibile e lo ha fatto partendo dalle esigenze del più forte giocatore del mondo che, però, è vicino ai quaranta. Sarebbe semplicistico ridurre il tutto allo scontro tra il collettivo e il fuoriclasse. Innanzitutto perché anche la Roja ha tanti giocatori di livello assoluto, e poi perché entrambe hanno acquisito una memorizzazione spontanea delle giocate da renderle più simili a squadre di club che a selezioni nazionali. 

Rispetto a Euro 2024 la Spagna cerca meno di isolare nell'uno contro uno gli esterni alti. Lamine Yamal non è al massimo e Nico Williams ha giocato spezzoni brevissimi di partita. Al suo posto c'è Baena, più portato ad accentrasi e ad associarsi con i compagni dialogando negli spazi stretti. Il gioco ha così subito delle variazioni importanti. Si basa sempre sul possesso palla e sulle uscite dal basso. Rodri, il perno centrale, e i compagni di reparto, che siano Pedri o Fabian Ruiz con Dani Olmo, variano la posizione per una metà campo che può schierarsi a due più un trequartista o a uno più due mezzali. Si lavora molto sulle rotazioni che permettono un'uscita fluida, dovuta anche alla ricerca di palloni dati in diagonale per far progredire l'azione. La vera svolta è arrivata grazie alla posizione di Oyarzabal, un vero nove diventato falso, che, insieme a Dani Olmo, partecipa attivamente alla manovra, così attivamente che, osservando la heatmap della Roja, i due attaccanti sono in posizione più arretrata rispetto agli esterni offensivi. La fase di possesso è anche caratterizzata dalla presenza costante dei laterali bassi, che si alternano con Lamine Yamal e Baena, nell'occupazione della fascia o del mezzo spazio corrispondente. In fase difensiva è un classico 4-4-2, in cui si può aspettare in blocco medio o cercare un pressing uomo contro uomo e una linea alta, come contro la Francia. Decisiva, in caso di perdita del pallone in certe zone, la ricerca della riaggressione immediata. 

L'Argentina ha una struttura unica. La "Scaloneta" si sviluppa in un sistema di contrappesi in entrambe le fasi. Si basa su un'occupazione costante della parte centrale del campo, sia in possesso che in non possesso. Ci si muove a seconda delle scelte di Messi. Ci sono un "volante" davanti alla difesa, Paredes, due mezzali chiamate ad allargarsi quando è il caso, De Paul e McAllister, e un tuttofare come Enzo Fernandez, che può agire da classico "enganche", come viene chiamato da quelle parti il trequartista, oppure allinearsi con i compagni a formare un 4-4-2 in fase di non possesso. Il cuore della squadra è il centrocampo, a cui si aggiunge Messi che si muove secondo le linee che il suo genio gli suggerisce. Si può definire un calcio relazionale, in cui i giocatori provano a creare connessioni tecniche collegandosi tra loro per scambi ravvicinati. All'interno di questo sistema, quando il numero dieci si muove per venire incontro, c'è sempre qualcuno pronto all'inserimento veloce. Le fasce sono spesso di competenza dei laterali bassi o dell'interno che si allarga. 

Se nella Spagna il piano B non varia il sistema (i cambi spesso sono ruolo su ruolo, con Merino che prende il posto di Dani Olmo, Ferran Torres quello di Baena o Oyarzabal e Pedri quello di Fabian Ruiz o viceversa), nell'Argentina, chiamata spesso a ribaltare situazioni che sembravano compromesse, scatta una vera e propria rivoluzione. Di solito si parte con Nico Gonzalez, per dare maggior peso alla fascia sinistra in fase offensiva, poi entra una punta in più (Lautaro) al posto di un centrocampista e si passa a un sistema con Messi più largo, due punte, tre centrocampisti e gli esterni bassi piazzati sulla trequarti. Quando si vuole vincere a tutti i costi, poi, può succedere che entrino anche Almada e il Flaco Lopez, come nel finale contro una Svizzera in dieci, nei quarti di finale. Ma in queste situazioni, più che l'organizzazione e le posizioni, conta la voglia di non arrendersi mai. La vera forza dell'Argentina versione 2026.