Senso di appartenenza e cattiveria: è l'Italia di Conte

Gli azzurri ridimensionano il Belgio. E tra i giornalisti ci si chiede: ma la squadra di Wilmots è tutta qui?

di PEPE FERRARIO, nostro inviato a Lione

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Tutto qui il Belgio? La domanda echeggia in tribuna stampa, i colleghi al seguito della squadra di Wilmots si interrogano perplessi. La risposta gliela diamo allora noi, la più semplice, la più banale, la più veritiera, stasera almeno: sì, tutto qui il Belgio, perché contro questa Italia è difficile fare di più. Compatta, solida, cattiva. E poi ancora ordinata, grintosa, rapida.

È l'Italia di Antonio Conte, forse povera di qualità (ma sarà poi vero?) ma ricchissima di quei valori che il nostro commissario tecnico predica da sempre: applicazione, orgoglio, rabbia. E soprattutto senso di appartenenza. Qualità capaci di fare la differenza quando in più hai l'esperienza di "vecchietti" affamati e mai domi e la voglia di sovvertire i pronostici di esordienti ambiziosi.

Una somma di particolari che fanno un insieme vincente, la dimostrazione che nel calcio, come nella vita, sono le motivazioni a dettare il passo. Quelle motivazioni che Conte ha saputo trasmettere al gruppo, agli undici in campo come ai compagni in panchina, esemplificate nell'immagine fortemente emblematica dell'abbraccio collettivo al gol di Giaccherini. Ora, dunque, avanti: la Svezia ci attende, la Svezia di Ibrahimovic, quella del "biscotto" del 2004. Perché è giusto non dimenticare. Stessa grinta e stessa faccia a Tolosa, senza cali di tensione, senza appagamento. Ancora una volta, insomma, un'Italia a immagine e somiglianza del suo vero, grande leader, Antonio Conte.

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