SI DECIDE IL FUTURO

Clima, ultima chance per evitare il surriscaldamento

Siamo nel pieno dei lavori della Cop26: ecco il punto di Federico Gatti sulla grande conferenza sul clima in corso a Glasgow

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Il tempo sta per scadere, la posta in palio è altissima e il fallimento non è un’opzione. No, non siamo in un film di James Bond, come ammette il Premier britannico Boris Johnson. Siamo invece nel pieno dei lavori della Cop26, la grande conferenza sul clima in corso a Glasgow. 196 Paesi, 30mila persone, tra capi di Stato, delegazioni, scienziati e attivisti. Una sola missione: rallentare il riscaldamento globale e fissarlo sotto la soglia di un grado e mezzo. Un imperativo categorico per scongiurare la scomparsa di interi ecosistemi. Il drastico innalzamento del livello del mare, conflitti, migrazioni, oltre che l’aumento d’intensità e frequenza di fenomeni come alluvioni, incendi e desertificazione. Secondo l’ultimo rapporto sul clima, senza una drastica riduzione delle emissioni, il Pianeta rischia di raggiungere la soglia di 2,7 gradi entro la fine del secolo. Questo avrebbe ripercussioni drammatiche sulla vita di tutti noi.

Il naturalista britannico David Attenborough non lascio spazio alla fantasia: “Se vogliamo evitare il peggio occorre subito una nuova rivoluzione industriale all’insegna della decarbonizzazione in favore dell’energia pulita e della sostenibilità ambientale. Neutralità carbonica, ovvero emissioni a somma zero entro il 2050. Gli Accordi di Parigi prima e quelli del G20 poi hanno tracciato la rotta, ora bisogna passare dalle parole ai fatti. I grandi della terra sono chiamati oggi ad un enorme sforzo collettivo nel nome della sopravvivenza del Pianeta e delle generazioni future. Uno sguardo che dovrà andare ben oltre gli interessi economici e contrasti politici. Se da un lato i Paesi industrializzati hanno un vantaggio nella corsa alla transizione ecologica, dall’altro colossi come Cina e India sono ancora restii ad abbandonare rapidamente le fonti fossili per non rallentare il proprio sviluppo.

Pechino ha promesso la neutralità carbonica entro il 2060, l’India invece nel 2070. Non proprio uno sprint, ma perlomeno un impegno concreto e per alcuni persino un importante passo avanti. Nel frenetico centro congressi di Glasgow c’è aria di cauto ottimismo, a fronte degli importanti accordi giù raggiunti. Il primo riguarda lo stop alla deforestazione entro il 2030, impegno assunto da oltre 100 Paesi, tra cui Cina, Russia, India e soprattutto Brasile, destinato a proteggere l’85% delle foreste mondiali. Il secondo riguarda il metano. Stati Uniti e Unione Europea promettono la riduzione del 30% di emissioni entro la fine del decennio. Il terzo vede lo stop di 20 Paesi a progetti legati a combustibili fossili all’estero, entro la fine del prossimo anno. Infine un piano per ridurre i costi delle auto elettriche e portarli al di sotto di quelle a diesel o benzina. Una ricetta non priva di critiche, ma almeno la buona volontà non manca. Così come le risorse economiche, dopo l’entrata in scena del settore finanziario. Jeff Bezos, Bill Gates, Elon Musk e Rockefeller: i ricchi del pianeta pronti a fare la loro parte insieme a 450 istituti di credito e fondi di investimento.

Sul piatto 130 trilioni di dollari per garantire il raggiungimento di emissioni zero entro la metà del secolo. Promesse ancora però tutte sulla carta. Questa la condanna degli attivisti arrivati a Glasgow, a partire da Greta Thunberg, portavoce di uno scetticismo di chi parla di impegni comunque insufficienti. Mentre il lavoro delle delegazioni procede sotto gli occhi preoccupati del mondo, una cosa è certa: la corsa contro il tempo è ormai agli sgoccioli e il destino delle generazioni che verranno rimane ancora appena a un filo.

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