ALPINISMO

Barmasse: "Finale agrodolce". Moro: "Nessuno stile uccide un alpinismo diverso"

Il commento di Hervé Barnasse e quello di Simone Moro aiutano ad inquadrare storicamente l'impresa nepalese sul K2, rendendo al tempo stesso onore al sacrificio di Sergi Mingote.

di
  • A
  • A
  • A

L'immagine altamente suggestiva ed altrettanto simbolica dell'ombra del K2 alle spalle di uno dei dieci alpinisti nepalesi che lo hanno salito in prima invernale è destinata ad entrare nei libri di storia dell'alpinismo. Rappresenta il cono d'ombra dal quale gli Sherpa escono dopo decenni al servizio degli alpinisti occidentali ed al tempo stesso l'ombra della tragedia che nelle stesse ore dell'impresa avveniva tremila metri più in basso, con l'incidente costato la vita a Sergi Mingote.

Sona Sherpa è stato l'unico dei dieci alpinisti "in quota" alla spedizione di Seven Summits Treks a raggiungere la vetta ma la sua immagine, quasi... rispettosamente in ginocchio sugli 8611 metri della seconda vetta del pianeta, munito di respiratore per l'ossigeno supplementare - oltre che la prima ad essere diffusa - è destinata a rimanere la più emblematica. Anche più di quella del popolarissimo Nirmal Purja - una specie di semidio, nel suo Paese  e l'unico non Sherpa, è un Gurkha - che in cima ha guidato cinque compagni di squadra. I tre restanti summiters appartengono alla spedizione di Mingma G Sherpa. L'ombra del K2 al tramonto (gli alpinisti sono arrivati in vetta alle cinque del pomeriggio) assume i due significati di cui sopra ma anche un terzo, tutto da sviscerare, con passione e curiosità: quello relativo allo stile - tutt'altro che leggero - con il quale la storia dell'alpinismo ha voltato pagina, chiudendo il capitolo delle prime invernali sugli Ottomila ma al tempo stesso scrivendo la premessa del prossimo. Quello che deve ancora essere scritto, che toccherà alle prossime generazioni di alpinisti di punta scrivere con l'abilità ed il sacrificio, il coraggio e la tecnica.

Per approfondire il presente, inquadrarlo e capirlo meglio, ed al tempo stesso lanciare uno sguardo in avanti, noi lasciamo doverosamente la parola a chi la sa molto più lunga di noi, per esperienza. Riprendiamo quindi i pensieri di due alpinisti di punta di oggi che nei giorni scorsi hanno fornito la loro opinione - autorevole e consapevole - sul doppio focus del K2 invernale: il successo e la tragedia che si intrecciano, l'impresa ed il sacrificio emblematicamente simultanei. Partiamo da Hervé Barmasse, 43enne alpinista d'appartenenza valdostana ma cittadinanza sulle montagne dell'intero pianeta: le Alpi e le Ande, Himalaya e Karakorum, con un'attenzione finissima per l'etica dell'alpinismo.

"La prima ascensione del K2 in inverno con uso di ossigeno e corde fisse racconta di un finale dolce e uno amaro, sorrisi e lacrime, oltre ad uno spunto sul quale riflettere. Il finale dolce ovviamente è che i dieci alpinisti nepalesi raggiungono il loro obbiettivo: la prima invernale della seconda montagna più alta del pianeta. Una gratifica importante per il Nepal e il popolo degli Sherpa che troppe volte è stato relegato nell’ombra dei successi occidentali. Quello amaro, che toglie il sorriso, è che purtroppo nel frattempo Sergi Mingote cade e muore, una tragedia e un lutto che rattristano tutti. Alla famiglia e i suoi amici le mie più sincere condoglianze. Il finale agrodolce è lo stile usato per questa prima invernale che riguarda l’uso dell’ossigeno che elude la difficoltà dell’alta quota. Ma farei attenzione a puntare il dito su Nimsdai e compagni. Sul K2 hanno fatto esattamente ciò che viene accettato per interesse economico. In Himalaya le guide sono le prime ad accompagnare i clienti con questi mezzi e gli alpinisti professionisti ad accettarli quando gli sherpa attrezzano le vie normali. Condannarli ora mi sembra ipocrita. Hanno dichiarato come avrebbero salito il K2 e lo hanno fatto, perché stupirsi? Come per le altre montagne il tempo ci regalerà delle salite dallo stile pulito. Oggi, senza omertà e pregiudizio applaudo allo spirito di squadra e al successo che hanno regalato al Nepal".

 

Tocca ora a Simone Moro che si trova dai primi giorni dell'anno in Nepal insieme ad Alex Txikon ed Iñaki Alvarez, i due alpinisti baschi con i quali punta alla vetta del Manaslu ed al concatenamento con l'East Pinnacle, la sua anticima nonché il "settemila" più alto della Terra. All'indomani del successo nepalese e dell'incidente costato la vita a Mingote (e dopo aver cercato di fornire il suo contributo nei soccorsi al cinquantenne alpinista catalano), il fuoriclasse bergamasco ha così commentato gli eventi.

"Diversamente da quanto era nei piani e avevo annunciato ieri, di arrivare a Campo 2, per onorare Sergi Mingote abbiamo optato per uno stop, e oggi siamo tutti insieme al Campo Base. Alla fine non c'erano neanche condizioni meteo favorevoli. Di nuovo mi congratulo con il team nepalese in modo sincero. Ed espongo il mio punto di vista, in funzione di ciò che ho letto e basandomi sul fatto che le invernali in alta quota le ho fatte e le faccio da quasi trent'anni. Non a caso scrivo mentre sono impegnato nell’invernale al Manaslu e non dal divano. Nessuno stile uccide un alpinismo diverso. Si può sempre evolvere e c’è sempre spazio per stili ed etiche migliori. L’alpinismo rimane vivo finché c’è chi lo vuole far evolvere e quelli che ora non apprezzano lo stile di questa invernale potrebbero essere i potenziali innovatori se solo, lasciando la tastiera del computer, si metteranno in gioco e realizzeranno l’alpinismo e le salite che vogliono e gridano di amare. Il K2 in inverno è stato salito e ora forza! Avanti chi pensa, vuole e sa di poter fare meglio, sia il K2 che gli altri ottomila sono lì che li aspettano. I polacchi hanno aperto le invernali negli anni Ottanta, io le ho riaperte nel 2005 sopravvivendo alla tragedia con Boukreev e Sobolev all’Annapurna nel 1997, le ho portate avanti da allora fino a oggi, con compagni diversi, influenzando e motivando forse molti altri alpinisti. Oggi gli Sherpa hanno giustamente ricevuto un meritato posto nella storia visto che da decenni hanno aiutato centinaia e migliaia di alpinisti e le loro salite. Ora, per chi lo vorrà, può iniziare la fase dell’evoluzione stilistica ed etica delle invernali sugli Ottomila, la fase delle difficoltà tecniche in altissima quota. Ricordiamoci bene che oggi si applaude la salita dei nepalesi e si piange la tragedia di Mingote, per il quale ho provato l’impossibile per recuperare - in 'tempo zero' - un elicottero che lo potesse salvare dopo che Tamara e compagni lo avevano raccolto e assistito dopo la tragica caduta. L’alpinismo, qualunque esso sia, non è mai una passeggiata e la Montagna deve rimanere un’oasi di libertà e rispetto per e su tutto e tutti".

Intanto, oltre a registrare un'altro dramma avvenuto nel fine settimana, quello relativo all'alpinista israelo-staunitenese Alex Goldfarb, disperso sul Pastore Peak - un "seimila" pakistano non distante dal K2 - l'attività sulla seconda vetta del pianeta prosegue. Ad inseguire il sogno della cima è anche la spedizione - tra l'altro attiva nelle ricerche di Goldfarb - formata dall'islandese John Snorri insieme a Muhammad Ali Sadpara ed a suo figlio Sajid Ali, con i due pakistani decisi a rimediare almeno in parte al "torto" subito dai nepalesi che hanno soffiato loro il primo exploit invernale sulla montagna di casa. E poi anche due italiani: il milanese Mattia Conte (della spedizione SST che aveva proprio in Mingote uno dei responsabili) e l'altoatesina Tamara Lunger che - in coppia con il rumeno Alex Gavan - ha la possibilità di diventare la prima donna a raggiungere la vetta dal K2 in inverno.

Commenta Disclaimer

I vostri messaggi 0 comments