Le immagini sono cicliche, a ben guardare sono sempre le stesse; cambiano i volti ma non le espressioni, cambiano i luoghi ma non il contesto, cambiano gli anni ma non le emozioni. Quella volta toccò a noi, tanto che perfino Bruno Pizzul si lasciò andare, per l’unica volta forse, all’iperbole della drammatizzazione, e così quelle divennero, con un sapiente uso delle pause e della gravità del tono, «immagini / che non avremmo / mai / voluto commentare»: 3 luglio 1990, Italia-Argentina 4-5 ai calci di rigore, la fine delle Notti Magiche.
Della partita, della rete di Schillaci in apertura – splendida l’azione, fortunoso il rimpallo del gol, godibile Giannini che rincorre Totò per abbracciarlo urlandogli «che culo c’hai!» – e del pari di nuca Caniggia, di un primo tempo supplementare durato 8 minuti in più e dei rigori si è detto e scritto di tutto. Giusto, inevitabile, perché quello resta: l’eliminazione, lo sconforto.