Si scrive Ibra, si legge scudetto

Incredibile Zlatan: ottavo titolo di seguito

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ANDREA SARONNI

Si scrive Ibra, si legge scudetto

Fossimo nei panni dei dirigenti di Juventus, Manchester City o Real Madrid e dovendo programmare, da subito, una stagione che possa portare al sospirato ritorno alla leadership nazionale, non avremmo dubbi. Comporremmo il numero di Mino Raiola e, tanto per cominciare, chiederemmo di Zlatan Ibrahimovic. Perché programmazioni, progetti tecnici e tattici, allenatori, investimenti ingenti, valutazioni di pro e contro sembrano inutili e costosi sprechi di tempi e mezzi quando i fatti dicono che il centravanti svedese, dall'ormai sfumata stagione 2003/04, chiude il campionato al primo posto.

Otto stagioni, otto scudetti sul campo - meglio specificare viste le susseguite grane della Juventus - che diventano nove se allarghiamo lo sguardo agli ultimi 10 anni. E' un filotto incredibile, che non ha precedenti nella storia del calcio moderno. L'unica primavera in cui il bisbetico mai domato di Malmoe non ha chiuso l'anno con una festa di spogliatoio è stata quella del 2003, suo secondo personale all'Ajax. Olanda prima, Italia poi, Spagna durante, nulla è cambiato nel finale della commedia portata in scena da Zlatan anno dopo anno. E particolarmente straordinario risulta il suo curriculum italiano, visto che con il traguardo tagliato con addosso le strisce rossonere, Ibrahimovic diventa il primo giocatore di sempre a potersi vantare campione d'Italia con le tre maglie più prestigiose del nostro calcio: Juventus, Inter, Milan. Un'impresa che, considerando anche le carriere da allenatori, è attribuibile al solo Giovanni Trapattoni, vale a dire l'uomo più vincente del nostro calcio.

Lo specialista, verrebbe da battezzarlo ispirandosi al cinema. Se tre indizi fanno una prova, otto formano la certezza assoluta che l'accoppiata Ibra-scudetto non può essere legata a certi strane casualità del calcio o figlia di una forza, di una supremazia a prescindere della squadra in cui si trova ad agire. Proprio il suo ultimo sigillo, quello rossonero, è più di altri targato Zlatan Ibrahimovic. Lui, e non altri, ha iniziato a costruire il muretto della convinzione, dell'autostima dei neo-campioni d'Italia agendo da leader dello spogliatoio fin dai primissimi allenamenti a Milanello e passando dalle parole ai fatti in campo, dove i suoi gol, gli assist e - soprattutto - un inedito modo di mettersi a disposizione della squadra hanno messo in bolla il primo posto del Milan. Poi qualcosa, indubbiamente, è successo, e la fiamma Ibra si è affievolita, non spenta, ma affievolità. Il getto d'acqua fredda è venuto dalla maledetta Champions League, lo yin di Ibra opposto allo yang-campionato. Da quel doppio confronto col Tottenham in cui ancora una volta non è riuscito a lasciare il suo segno sull'Europa, Ibrahimovic - anche stanchissimo per il peso portato da solo per l'intero inverno - ha ceduto psicofisicamente collezionando le sei giornate di squalifica in cui una squadra ormai quadrata, conscia dei suoi mezzi e con il traguardo in vista ha sopperito alla grande all'assenza di quello che, solo tre mesi prima, sembrava il suo totem irrinunciabile. E' ancora nella memoria la vigilia della gara di Cagliari, subito dopo la pausa, quando Ibra - squalificato - mancò per la prima volta l'appuntamento con il campo. Il Milan vinse 1-0, in extremis, con la prima idea di Cassano, esordiente, per il giovane Strasser, un comprimario della cavalcata tricolore. Una vittoria unghiata col carattere, un colpo di classe e l'arte di arrangiarsi, con la voglia di crederci sempre e comunque che evidentemente, a gennaio, faceva già parte del bagaglio rossonero. Una vittoria, insomma, targata Zlatan Ibrahimovic, l'uomo che sa dove vanno gli scudetti.

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