E il fenomeno-Pirlo non si ferma qui

A 35 anni, il regista di Juve e Nazionale ha ancora voglia di grandi cose: in Brasile e nella prossima Champions

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ROBERTO OMINI

Feste a Pirlo, IPP

Il 19 maggio festeggerà 35 anni. La terza età dei calciatori tenendosi stretto il terzo scudetto (consecutivo) made in Juventus. Orgoglio e passione di Andrea Pirlo, regista-factotum del gioco di Antonio Conte ed emblema - assieme a Gigi Buffon - di un calcio che s'avvia al ricambio dei suoi eroi e fatica a staccarsene e a immaginare che domani ce ne saranno di altrettanto bravi. Anzi di più: fenomenali.

Il fenomeno-Pirlo, in tal senso, ha un duplice aspetto: quello del campione e quello della sua normalità. La storia è ricca di ventenni che dopo tre gol avvertono il brivido di calcare la scena della meraviglia, della gloria e dei successi; mentre Andrea è l'opposto, nemmeno oggi dopo 5 scudetti, 2 Champions League, un Mondiale azzurro e un titolo di vice-campione d'Europa, 660 partite e 67 gol, spesso decisivi, un decennio con le redini del Milan stellato di Ancelotti e quelle della Juve dei record di Conte, nemmeno oggi Pirlo si sente uno arrivato, uno che sta sopra gli altri.

Non è il solo campione a sentirsi così, l'antidivo del successo, pensiamo a Xavi del Barcellona per citare un omologo. Non vuole essere d'esempio a nessuno, ma sarebbe bene che lo fosse, in un manuale del grande calcio e di cosa serve per restare al top, allungarsi la carriera. E che carriera. Pirlo è flglio del grande calcio italiano del tempo che fu, quei numeri dieci artisti del Pallone come lo sono stati Rivera, Mazzola, Bulgarelli poi Antognoni, Baggio e oggi Totti. Non una vocazione giovanile, com'era lui prima dei vent'anni quando arrivò all'Inter scovando allenatori che l'avevano capito e no. Stava dietro a Roberto Baggio, fino alla decisione dell'Inter di privarsi di un talento che aspettava soltanto di trovare le persone giuste per sollevarsi e dettare le regole  suo calcio.

La persona giusta è stata Carlo Ancelotti, autunno 2001. Dopo una stagione di attesa per capire che Pirlo trequartista o quasi-attaccante avrebbe fatto una carriera normale, il tecnico decise per il gran salto: più muscoli e via, a dirigere le operazioni di centrocampo con facoltà di difendere, impostare, attaccare, soprattutto guidare il gioco accanto a un maestro come Seedorf e a un combattente come Gattuso. E Pirlo è diventato Pirlo.

Nel Milan e in Nazionale, tre finali di Champions e la notte di Berlino. Il declino ancelottiano è poi coinciso col suo. L'avvento di Allegri e due stagioni di acciacchi lo avevano reso vulnerabile, tanto da indurre il Milan a una scelta: non insistere con lui, cercare altre soluzioni. E per Andrea, la scommessa: sua e della nuova Juventus che si affidava ad Antonio Conte. Senza certezze: né su Conte e nemmeno su Pirlo. Sarà bravo l'allenatore? Saprà risorgere Andrea? Erano i grandi quesiti dell'estate 2011. L'uno ha aiutato l'altro, il calcio totale e di possesso della Juve e il raffinato ingegno di Pirlo, per vincere e stravincere e crescere stagione dopo stagione, allungarsi la carriera. Chi 'avrebbe detto tre anni fa...

Ora le fatiche di Pirlo si spostano verso il Brasile, Prandelli e Casa-Italia che si porta appresso la fame del titolo di vicecampione d'Europa. Più in là, poi, vedremo. C'è un'Europa purtroppo ancora indigesta alla Juventus, una conquista in cui avventurarsi. C'è una idea che Pirlo possa contìnuare fino a quando potrà e vorrà. Magari centellinando le presenze, chiudendo -come si dice- la sua parentesi azzurra e seguendo la solita strada. La sua.

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