Non credevamo di amarli tanto: il Grande Torino esercizio di memoria di un Paese smarrito

Una squadra divenuta leggenda attraverso cui riscoprire quel senso di unità che si è perso

di DOMENICO CATAGNANO
Non credevamo di amarli tanto: il Grande Torino esercizio di memoria di un Paese smarrito

A settant'anni da Superga, c'è un titolo di un giornale di allora che oggi risulta più attuale più che mai: "Non credevamo di amarli tanto" scriveva a nove colonne in prima pagina il "Tifone", settimanale satirico sportivo molto popolare, che pubblicava anche un bellissimo schizzo a carboncino con i volti dei giocatori del Grande Torino che quasi sovrastavano la Basilica. Allora, in quel maggio del 1949, tutta l'Italia si strinse attorno a quella che era qualcosa di più di una squadra di calcio. In un Paese ancora squassato dalle ferite della seconda guerra mondiale, il Torino era uno dei simboli della rinascita, della vitalità ritrovata, era un riappropriarsi, attraverso il calcio, delle cose belle della vita.

Il gioco, il pallone, la gioia del gol: piccoli-grandi tesori che erano rimasti sepolti tra le macerie dei bombardamenti tornavano a vivacizzare le domeniche degli italiani. Il dolore per la perdita di quella squadra fu enorme, e colpì indistintamente tutti, non solo i tifosi granata. Le cronache di allora parlano di oltre 500mila persone che parteciparono ai funerali, una folla immensa, calcolando che Torino di abitanti ne contava circa 600mila.

Si dice, giustamente, che il pomeriggio di quel 4 maggio 1949 finì la storia e iniziò la leggenda. La storia racconta di una squadra fortissima, che fino ad allora aveva vinto quattro scudetti di fila e si avviava a vincere il quinto, che era arrivata a dare dieci giocatori su undici alla nazionale, che quando dagli spalti del Filadelfia una tromba suonava la carica e Valentino Mazzola si rimboccava le maniche non ce n'era per nessuno. La leggenda ha reso Grande quel Torino, i giocatori della squadra sono diventati come eroi di una fiaba "che non sono morti ma giocano solo in trasferta", come scrisse Montanelli, si sono trasformati in "invincibili", quelli che "solo il fato li vinse".

Il Grande Torino è un patrimonio universale. Lo è per i tifosi granata, che come un mantra recitano tutto d'un fiato l'undici titolare,
bacigalupo-ballarin-maroso-grezar-rigamonti-castigliano-menti-loik-gabetto-mazzola-ossola, neanche fosse un rito d'iniziazione al tremendismo. Già, il "tremendismo", quello che secondo Arpino distingueva "una squadra di orgoglio, di rabbie leali, di capacità aggressive, mai vinta, temibile in ogni occasione e soprattutto quando l’avversario è di rango" da un'altra. Quella squadra che dal dolore era passato alla riscossa era il Toro degli anni '70, "figlio" di quello di Superga e portatore di quella che è una filosofia che dal calcio si può applicare alla vita.

Ma il Grande Torino è anche un esercizio di memoria per un Paese che sembra aver smarrito il valore della storia. E' riscoprire quell'Italia e quel senso di unità che si è perso, è ritrovare quella forza nella ricostruzione che in quegli anni passava anche per i campi di calcio. Tutto il Paese settant'anni fa si ritrovò orfano di una squadra che rappresentava un collante sociale. Già allora, parafrasando il titolo del "Tifone", non credevano di amarli così tanto. Oggi, settant'anni dopo, quell'amore c'è ancora ma non può fermarsi solo alle parole per essere anche vivo.

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