Moratti, 18 anni di passione e 16 trofei

Il bilancio di un'era: dal 5 maggio al Triplete, con Ronaldo, Zanetti e Mourinho

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ROBERTO OMINI

Moratti, 18 anni di passione e 16 trofei

E' il tempo di un bilancio su cos'è stata l'Inter di Massimo Moratti: fra gioie e dolori, comunque nel segno di una passione che tutti gli interisti hanno condiviso. Diciotto anni e otto mesi pieni di tutto: da Roy Hodgson a Ronaldo, da Lippi ai quattro allenatori in una stagione, dal 5 maggio a Mancini e Mournho fino al Triplete. E poi la discesa delle ultime due stagioni, fino a scovare in Mazzarri l'uomo della rinascita. E in Thohir il padrone del futuro.

18 febbraio 1995-15 ottobre 2013. Era un sabato d’inverno, e per Massimo Moratti il primo giorno –non ufficiale- da nuovo padrone dell’Inter: a sancirlo, a cento metri da piazza Duomo, una stretta di mano con Ernesto Pellegrini e un abbraccio con Giuseppe Prisco, l’avvocato di una vita nerazzurra, garante e tessitore del passaggio di consegne. Da un milanese a un milanese. Diciotto anni  e otto mesi dopo,  Moratti consegna l’Inter a Erick Thohir, miliardario indonesiano con l’hobby dello sport e una passione –nata quando?- per i colori nerazzurri: uno stuolo di avvocati ha condotto il difficile accordo giunto, come si sa, alla fase conclusiva e alla firma. Da un milanese a un asiatico: la globalizzazione impera, la ragione comprende, ma il cuore –francamente- no.

Finisce un’era, al di là di quelle che saranno le mansioni che la famiglia Moratti continuerà a svolgere in questa seconda azienda di famiglia,l’Inter appunto, dopo la Saras (ramo petroli),  indissolubile legame nato nel 1955 con Angelo Moratti. Anche quella prima avventura –come tutte le cose- aveva conosciuto un inizio e una fine: in quell’Inter che è stata il mito degli Anni Sessanta e continua a esserlo, la Grande Inter, quella delle due Coppe Campioni, due Intercontinentali e tre scudetti, di Helenio Herrera, di Picchi e Mazzola, Suarez e Corso, Facchetti e un irripetibile manipolo di fenomeni. Allora l’innamoramento svanì nel ’68, si era dissolta la magia di una squadra troppo forte, perfetta, inimitabile. Non si parlava di debiti, ma di voglia, di stimoli, di prospettive. E  cominciò l’epoca (non granché) di Ivanoe Fraizzoli.

Stavolta sono i milioni (di euro) a dettare le ragioni di una svolta. E ci dobbiamo adeguare. Le cifre a bilancio sono note: 1,25 miliardi di debiti, ripianati stagione dopo stagione dalla famiglia Moratti per 750 milioni; un passivo stimato in 350-400 milioni e una via d’uscita per evitare crisi di azienda –la Saras-, in nome dell’Inter. Tanti milioni, una passione unica: questa di Massimo Moratti, per il quale il bene dell’Inter è sempre stato al di sopra dei suoi progetti, e a volte dei suoi sogni.

Ha speso tanto e ha anche vinto tanto: 16 trofei. Una Champions League, un’Intercontinentale, una Coppa Uefa, cinque scudetti –consecutivi-, quattro Coppe Italia, quattro Supercoppe italiane, concentrando l’attivismo vincente nel periodo 2005-2011, lanciato da Roberto Mancini, perfezionato dal mito di José Mourinho col Triplete, concluso con la Coppa Italia di Leonardo. Avrebbe continuato a vincere, se non fosse incappato in allenatori non compresi o incomprensibili: e adesso che ha scovato Walter  Mazzarri,  un grande motivatore , forse avrebbe anche elaborato un piano per rimanere, per non cedere alla necessità di vendere.  Se ha compiuto il passo, è perché non intravvedeva alternative.

L’era-Moratti com’è stata? Diremmo appagante, perché alla fine –a ben pensarci- è stata ricca di tutto. Depressioni e successi, sbandate clamorose e imprese assolute, grandissimi campioni e anche no, allenatori sublimi e perdenti nati. Due simboli per capire il tutto che c’è stato: il 5 maggio 2002 e il Triplete. O anche il Fenomeno Ronaldo e Avioncito Rambert. Oppure Mourinho e Stramaccioni, con tutto il rispetto dovuto a Strama, ma la sua Inter –purtroppo- è stata fra le più bastonate della Storia nerazzurra. I quattro allenatori in una stagione e quel Mourinho anche avrebbe voluto trattenere per sempre,  E persino Calciopoli, in cui Moratti si è sentito vittima di lunghi soprusi (dal rigore di Ronaldo in Juve-Inter in poi), salvo poi scoprire che molti l’hanno dipinto all’opposto. In questa esagerata enfasi del troppo e del niente, c’è l’epopea  morattiana che è in fondo la foto dei 105 di vita dell’Inter, passata sempre sotto gli eccessi, in alto e in basso. Ferma restando –sul basso- la sola squadra italiana mai retrocessa in Serie B, e –verso l’alto- la sola squadra italiana ad aver vinto il Triplete.

Di sicuro Moratti agli interisti non ha fatto mancare niente. Nemmeno un paio di dimissioni –strada facendo-, quando avvertiva il disagio di essere esposto esageratamente, o per far capire: storie di fine Anni Novanta e del 2003, quando chiamò Giacinto Facchetti al ruolo di numero uno. Passi indietro e molti –tanti e clamorosi- in avanti: quando ha strappato Ronaldo al Barcellona nel ’97, ed è come se oggi un club italiano andasse a prendersi Lionel Messi. Inimmaginabile; quando ha convinto Marcello Lippi a lasciare la Juventus, e fa niente se Lippi all’Inter ha dato di sé un’immagine grigia e delusa; quando ha aperto le porte dell’Inter al calcio nel mondo dei giovanissimi, in tutto il mondo appunto, ed è una realtà di cui si parla poco; quando ha saputo costruire lo squadrone del 2005-2011, con la perizia di due tecnici come Mancini e Mourinho e poi reinventando Leonardo allenatore: pochi mesi, ma stupendi; o come a giugno, quando ha capito –dopo due anni di errori- che Mazzarri sarebbe stato l’uomo giusto.

Ha vinto, ha perso: si è fatto trascinare sovente dalla passione. E la passione –si sa- non sempre regola i battiti del cuore e le scelte oculate. Ma ogni tifoso interista deve sentirsi in debito con Moratti, perché ha sognato, si è disperato, si è incavolato, si è divertito, ha esultato fino a delirare. Ci sono le lacrime di Ronaldo in panchina, il 5 maggio, e sono state le lacrime di sgomento di tutti gli interisti; e c’è il gol del 2-0 di Milito al Bayern, nell’estasi del Triplete, e –guardate l’immagine- due tifosi 50-60enni a Madrid, in curva, che nel marasma della gioia di tutti, esprimono coi loro volti la più bella immagine di felicità –crediamo- che racchiude il mito della Grande Inter di Angelo Moratti (loro due c’erano) e il mito che un giorno sarà l’Inter del Triplete di Massimo Moratti.

    

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