Gigi Radice, gli "occhi di ghiaccio" del suo calcio all'olandese. D'Italia

Amico di sempre del Trap, ripercorriamo la sua lunga vita sportiva, i suoi trionfi e il suo modo di fare calcio

di ENZO PALLADINI
Gigi Radice, gli "occhi di ghiaccio" del suo calcio all'olandese. D'Italia

Gigi Radice se n’è andato dopo un lungo periodo di sofferenze, se n’è andato due giorni prima di una partita che più di tutte lo rappresentava: Milan-Torino. Due delle sue tante vite, quella da calciatore con la maglia del Milan (quattro anni all’inizio e quattro anni alla fine della carriera) e quella felice da allenatore sulla panchina del Torino, con uno scudetto indimenticabile nel 1976 e un secondo posto incredibile nel 1977, con 50 punti su 60 e solo un punto dietro una Juve schiacciasassi.

Un romantico e un innovatore. Dicevano avesse gli occhi di ghiaccio, sembrava capace di fulminare i suoi giocatori con lo sguardo. Ma la realtà era completamente differente: con i giocatori riusciva a instaurare un rapporto totalizzante. Chiedeva molto ma sapeva anche come ottenere. Il gruppo era fondamentale nella sua idea di calcio e i giocatori erano pronti a tutto per seguirlo.
L’Inter nel 1983-84, tanto per fare un esempio, mise in scena uno dei peggiori inizi di campionato della sua storia, ma Altobelli e il resto della squadra convinsero il presidente Ivanoe Fraizzoli a tenerlo fino alla fine della stagione. E i risultati poi arrivarono.

Faceva il terzino e nelle giovanili del Milan era una grande promessa. Entrato in prima squadra, faticò molto a conquistare un posto da titolare, ma proprio in quel periodo costruì una grande amicizia con Giovanni Trapattoni, più giovane di lui ma come lui figlio del proletariato. Gigi partiva da Cesano Maderno con la sua Cinquecento bianca e un giorno passando da Cusano Milanino vide l’implume Trap che aspettava l’autobus e inchiodò: “Ehi biondino, salta su che ti porto io”.
Da allora la scena finì per ripetersi mille volte e la stima reciproca non smise di unirli nemmeno quando furono avversari nella lotta scudetto.
Invece la seconda parte dell’avventura del Radice calciatore in rossonero (interrotta solo da una stagione alla Triestina e una al Padova) finì per dargli grandi soddisfazioni: uno scudetto e una Coppa dei Campioni, ma anche l’addio prematuro al calcio giocato per un grave infortunio al ginocchio, a trent'anni appena compiuti.

Il calcio però ce l’aveva dentro e non avrebbe potuto lavorare in un ambito differente. La determinazione per andare lontano non mancava. Alla prima esperienza, promozione dalla C alla B con il Monza. Tre anni dopo, promozione storica dalla B alla A con il Cesena. L’anno dopo ecco la prima esperienza sulla panchina della Fiorentina, poi a Cagliari. Ma era evidente che il suo era un calcio moderno, che anticipava i tempi e portava consensi.
E il massimo di questa esaltazione venne raggiunto negli anni del Torino. Quella squadra era fatta di grandi giocatori: Ciccio Graziani, Paolo Pulici, Claudio Sala, Luciano Castellini, Eraldo Pecci, Renato Zaccarelli. Ma grande era anche e soprattutto il modo in cui Radice riusciva a farli convivere e coesistere. In un calcio italiano in cui la parola pressing era ancora un’illustre sconosciuta, quel Torino praticava il pressing senza dirlo e senza pubblicizzarlo: aggressione sistematica sul possessore di palla, soprattutto se non era un giocatore particolarmente dotato dal punto di vista tecnico. Riconquista del pallone e ripartenza immediata, con aggressione furiosa dello spazio e palla ai due grandissimi attaccanti, i gemelli del gol Pulici e Graziani.
Quella squadra giocava come l’Olanda di Cruyff e Neskens, magari con interpreti diversi ma con alcuni principi simili. Radice, che prima era chiamato “il tedesco”, divenne poi “l’olandese d’Italia”. Il Torino vinse lo scudetto 1975-76 vincendo 14 partite su 15 in casa, mollando solamente un punto all’ultimo impegno contro il Cesena, il giorno della festa scudetto. Ma quasi altrettanto esaltante fu la stagione successiva, con un duello all’ultimo respiro contro la Juventus di Trapattoni ma anche di Zoff, Tardelli, Benetti e Bettega, 51 punti contro 50 e un altro pezzetto di leggenda.

Vide la morte in faccia il 17 aprile del 1979, quando si schiantò in auto sull’Autostrada dei Fiori, incidente in cui perse la vita l’amico ed ex calciatore Paolo Barison. Salvo per miracolo, costretto a una lunga degenza e a un recupero difficoltoso, rimase alla guida del Toro anche per la stagione successiva ma poi venne esonerato. Sarebbe poi tornato alla guida della squadra granata dal 1984 al 1989, conquistando un secondo posto già alla prima stagione. In mezzo tra le due esperienze granata, un passaggio sfortunato per il Milan (esonerato) nell’anno della retrocessione sul campo, un blitz al Bari e la già citata stagione all’Inter, con la famosa rimonta in Coppa Uefa contro il Groningen a Bari.
Dal 1989 in poi non è mai riuscito a restare per due stagioni sulla stessa panchina, è passato da Roma e Bologna, ha vissuto una contraddittoria esperienza a Firenze con finale burrascoso e esonero annunciato in diretta televisiva dal presidente Vittorio Cecchi Gori. Dopo e Genoa è andato a chiudere la carriera di allenatore dove l’aveva iniziata, sulla panchina del Monza. Ultima promozione, poi stop, fino a quando il figlio Ruggero nel 2015 ha confessato che papà aveva l’Alzheimer. E lì i suoi occhi di ghiaccio hanno iniziato a sciogliersi fino a chiudersi definitivamente, due giorni prima della partita che riassume il meglio della sua vita.

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