Nicky, le interviste "impossibili" e un triste addio

Il nostro Alberto Porta ricorda i momenti vissuti con Hayden tra MotoGP e Superbike

di ALBERTO PORTA

Nicky, le interviste "impossibili" e un triste addio

Il primo incontro con Nicky, ai test IRTA di inizio 2003. Era un po’ spaesato, stava scoprendo un pianeta tutto nuovo per lui. Arrivava da campione USA della Superbike, non proprio uno spauracchio per il vecchio mondo del Continental Circus. Si mostrò subito un ragazzo educato, con un velo di timidezza, ma con una luce speciale negli occhi, quella della passione smisurata per il suo sport, che era tutta la sua vita. I contatti divennero man mano più frequenti; era difficile intervistarlo perché parlava con modi di dire strani, del suo Kentucky. Quando li spiegava, si metteva a ridere, di gusto.

A Laguna Seca, anno 2005, c’era tutta la sua famiglia, una famiglia da corsa perché tutti, mamma compresa, avevano avuto un assaggio di corse in moto. Il padre Earl, sempre con il cronometro in mano, non gli toglieva mai gli occhi di dosso, come per proteggerlo anche quando Nicky, ormai per tutti Kentucky Kid, usciva dal box in sella alla sua Honda. Alla fine di quella gara, dominata, le lacrime di gioia si sprecavano, era arrivato un traguardo importante, ma il bersaglio grosso doveva arrivare l’anno successivo.

Podi a ripetizione, la vittoria di Assen e la conferma a Laguna Seca, e una splendida gara al Mugello, terzo a un secondo e mezzo da Valentino Rossi, con il quale poi ci fu la volata finale. A Estoril, il fattaccio, il socio di box Pedrosa lo stende, Nicky nella via di fuga, rialzatosi, è una furia, rabbia e lacrime, sente che il mondiale scivola via, non sapendo che la sorte, materializzatasi in una scivolata del Dottore, glielo avrebbe restituito a Valencia. Lo aspettai fuori dal motorhome, da solo, tutti erano da Valentino ripassato in testa al mondiale. Scese con gli occhi gonfi e andammo insieme all’hospitality Honda per una conferenza stampa che nulla aveva di sportivo, c’era solo tanta umanità. Il titolo gli diede una consapevolezza nuova, di colpo il ragazzo era diventato uomo, c’era il numero 1 sulla moto ma di fatto il numero uno era, doveva essere, Pedrosa.

In quelle due stagioni, 2007 e 2008, non lo vidi mai lamentarsi, testa bassa e via, dignità di campione. Poi gli anni della Ducati, che cominciava un lento declino tecnico dopo il titolo conquistato da Stoner nel 2007. Era comunque contento, credeva nel progetto, come ci avrebbe creduto Valentino passando alla Rossa nel 2011 a riformare la coppia del 2003. Capiva ormai l’italiano, non lo parlava, ma aveva ammorbidito il suo slang, nelle interviste non mancava mai di lucidità.

In alcune serate passate a parlare di moto, gli brillavano gli occhi parlando di Dirt Track, la sua prima passione, le sue prime gare, e di motocross, anzi AMA Supercross, il campionato USA che riempie gli stadi, mentre Earl forniva consigli di acquisto sui Bourbon del Kentucky.

Una volta sbarcato in Superbike, seguivo da lontano il pendio della sua carriera, immeritato perché Nicky aveva ancora molto da dare. E che bello vederlo arrivare, nel 2016! Un abbraccio forte, eccoci di nuovo, una Honda lenta ma la voglia matta di fare qualcosa di buono, come quel capolavoro di esperienza a Sepang per il primo successo tra le derivate di serie. Sperava molto in un salto di qualità con la nuova moto per il 2017, battezzato dalla Red Bull, suo sponsor storico.

A Imola, dopo un altro week-end povero di soddisfazioni, mi aveva detto a telecamera spenta, perché lui - ripeto - non si lamentava mai: “Sto diventando troppo vecchio per aspettare che la moto diventi competitiva”. Purtroppo per lui, non è riuscito ad invecchiare. Addio Nicky, addio Kentucky Kid.

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