Sudafrica 2010, la seconda squadra: la Spagna mondiale e la quasi impresa del Ghana

Le squadre che ci hanno conquistato: l'Olanda perde la terza finale su tre dopo quelle del 1974 e del 1978

Iniesta, IPP

LA GRANDE: LA SPAGNA
Ci sono stati casi in cui una grande Nazionale all'apice del suo ciclo (l'Austria, l'Ungheria, oppure quella al paragrafo di cui sotto) non è riuscita a scalare l'ultima vetta, la più alta, la più importante, quella che ti completa un storia. Ecco, non è questo caso. All'apice del tikitakismo, della maturità anagrafica-tecnica-fisica di una generazione senza precedenti, la Roja si prende per la prima volta il Mondiale a cavallo di due titoli europei firmando un lustro intero come neanche riuscì alla Germania di Beckenbauer: dodici anni prima, nel 1998, stava al posto numero 25 del ranking. Merito di un vivaio straordinario, del Real, del Barcellona, di Guardiola, ma merito enorme di un tecnico che quasi mai viene messo sul piedistallo: Vicente Del Bosque, il Vincente, che ha saputo plasmare, mixare la sua idea di calcio a quella dei grandi club del suo Paese. Possesso palla sì, sempre: ma anche più attenzione difensiva, più gestione del risultato: sarà mica un caso che la Roja sia arrivata a conquistare il titolo dopo quattro 1-0 in fila, manco ci fosse un Trapattoni o un Allegri a condurre le danze. Partite sempre controllate, a volte un filo troppo avventurose (come il quarto di finale contro il Paraguay, corso sul filo dei rigori sbagliati da una parte e dall'altra), e poi, negli ultimi giri di orologio tac, ecco la stoccata, il gol. Torres nel secondo tempo col Portogallo, Villa a 7' dalla fine col Paraguay, capitàn Puyol al 73' in semifinale coi tedeschi e infine il meraviglioso Andres Iniesta, chirurgico, a 4 minuti 4 dalla fine dei supplementari in finale. Culo, si dice anche in questi casi: ma quattro indizi, non tre, fanno una prova di grandezza, perché i Mondiali, le Champions, i campionati così si vincono. Proprio l'Italia e gli italiani bene lo sanno, e anche per questo, una volta finiti indegnamente fuori al primo turno, scornacchiati da Nuova Zelanda e Slovacchia, hanno parteggiato per i loro veri cugini mediterranei (ma quali francesi, ma per favore) che meritavano, per quel ciclo e per tutta la loro storia, di alzarla e di abolire quel luogo comune in voga in tutti i bar alla vigilia di qualsiasi Mondiale: "La Spagna? Ah sì, bei giocatori, ma tanto non combina mai niente".

LA BELLA: L'OLANDA

IPP

La bella, e pure la sfigata. Oppure la primatista, vedete voi. Perché perdere tre finali su tre ai Mondiali è un record assoluto, superate la Cecoslovacchia (1934 e 1962) e l'Ungheria (1938 e 1954). Stavolta, però, non c'erano davanti i padroni di casa, forti (Germania 1974) o potenti (ehm, 1978), ma c'era forse peggio, vale a dire la squadra di cui sopra. E il punto è che al di là della luce abbagliante della Roja, c'è stata anche la grandissima, enorme possibilità di sfangarla, di rovesciare ancora una volta - ma in questo caso a favore - i pronostici. L'occasione fa l'uomo ladro, ma l'occasione fa anche l'uomo Robben: due volte, no una, due, lo scarsocrinito campione orange si ritrova solo davanti a Casillas nella fase avanzata del secondo tempo, e due volte si scioglie, sciogliendo così anche la sua squadra. Alle sue spalle, con le mani nei capelli (anzi, no) anche il magnifico Wesley Sneijder, reduce dal Triplete interista e migliore giocatore per distacco anche in Sudafrica. Gol, assist (compresi quelli a Robben), corsa, giocate sopraffine: era il Pallone d'Oro fatto e finito, unica alternativa Iniesta, ovviamente ha vinto Messi. Intorno a lui, una generazione di giocatori tutti o quasi di alto livello internazionale, gente levigata dalla Champions, dalle esperienze nelle grandi leghe europee: dal capitano Van Bronckhorst a Kuyt, dal "generale" Van Bommel a Van Persie, da De Jong a Van der Vaart. Un insieme non proprio erede della scuola di Cruijff e Rinus Michels, ma certamente quadrato, molto tecnico e comunque portato a produrre calcio offensivo, come dimostrano i 12 gol segnati nelle 6 partite che hanno condotto alla finale. Tra le vittime di quelle sei partite, tutte vinte nei 90 minuti, anche il fumosissimo Brasile e l'Uruguay, avversario in semifinale, anch'esso degno protagonista in Sudafrica. Ci riproverà quattro anni dopo in Brasile, l'Olanda, a riperdere una finale: non ci riuscirà, ma il record rimane saldo nelle sue mani.

LA SIMPATICA: IL GHANA

LA SIMPATICA: IL GHANA

Il Grande Sogno africano nel Mondiale africano. Non poteva che essere assaggiato lì, su quella terra, il sapore di una Nazionale nera campione, o comunque - per la prima volta - nella Top Four del globo. Tutti ricordano il Camerun 1990, quei quarti di finale persi nel caldo dei supplementari di Napoli con l'Inghilterra: meno, anche se il distacco temporale è inferiore, il suicidio del Ghana in Sudafrica, l'entrata nella zona podio scivolata dalle mani per due volte perché un rigore è apparentemente troppo facile, una formalità da gestire con personalità, è una cosa troppo logica per essere metabolizzata. Il quarto di finale con l'Uruguay, terminato 1-1 dopo 120 minuti, perso per due rigori falliti nella serie finale (quello decisivo lo cicca Adiyiah, meteora milanista), ma soprattutto per quello scagliato sulla traversa da Asamoah Gyan all'ultimo minuto dei supplementari. Un colpo di testa su angolo, Muslera che fa una Muslerata e Suarez che al posto dei piedi o dei denti, usa la mano per fermare il pallone, e viene pure espulso: sta giusto scoccando il 122', non ci sarebbe manco il tempo di portare la palla a centrocampo. È finita che di tempo ne manca in realtà parecchio, e soprattutto tanto ne è già trascorso, per registrare finalmente un'affermazione di un continente che specie negli ultimi 30 anni ha dato tantissimo al pianeta calcio, ma che sembra non potere mai venire a patti con metodo, continuità, progetti, mentalità e tutto quello che serve per potere completare con costrutto la capacità di tirare calci a un pallone. C'è andato veramente a un millimetro quel Ghana di Muntari, Boateng, Asamoah, Appiah, e di tanti altri che giravano l'Europa con un po' di gloria, gente che stava riuscendo finalmente a riportare indietro qualcosa al Paese natale lasciato da ragazzino. Peccato, davvero. E più passano gli anni, più viene da pensare che quello perso dalle "Black Stars" ghanesi fosse l'ultimo tram.

di ANDREA SARONNI

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