La seconda squadra, gli anni 30: Uruguay la grande, Austria la bella, Indie Olandesi la simpatica

Le squadre che ci hanno conquistato nel grande calcio ante-guerra

di ANDREA SARONNI

La seconda squadra, gli anni 30: Uruguay la grande, Austria la bella, Indie Olandesi la simpatica

LA GRANDE - URUGUAY 1930
Dato per implicito che la più grande Nazionale degli anni 30 è stata per distacco la nostra cara Azzurra, spazio e gloria all'altra squadra campione, alla prima che ha alzato la piccola e bruttarella Coppa Rimet. Il "piccolo" Uruguay, perennemente schiacciato dalle grandeur di Argentina e Brasile, non perde l'occasione che mai più si ripeterà, vale a dire il Mondiale casalingo. Va detto che quella che coglie il primo frutto iridato, è una grande squadra, fresca campione olimpica ad Amsterdam 1928 sull'Argentina, più accreditata tecnicamente. Ma la Celeste, oltre che di un livello altrettanto alto con i piedi, è già la professoressa di tattica e pragmatismo del continente sudamericano. E mentre i soliti, svagati brasiliani vengono fusi nel girone nientemeno che dalla Jugoslavia, Uruguay e Argentina si ritrovano nella finalissima dello stadio Centenario, nuovo di pacca e stipato da una folla di tifosi, 20mila dei quali giunti da Buenos Aires con traghetti, piroscafi, barche e simili. Della finale, in cui l'Uruguay ribadisce la propria superiorità complessiva vincendo 4-2, il personaggio che si tramanda ai posteri non è uno dei 22, ma l'arbitro, il belga Langenus. Perché nel clima di tensione e intimidazione che precede la grande finalissima, c'è spazio anche per minacce nei suoi confronti. E allora va a finire che accetta di scendere in campo solo due ore prima del match ottenendo in cambio assicurazione sulla vita destinata alla sua famiglia e una scorta di circa 100 agenti. Va da sè che a quel punto la tranquillità è un optional, e qualche fischio fa arrabbiare gli argentini, a loro volta portatori di uno stile che rasenta la spietatezza: al centro della mediana, dedito alla marcatura del centravanti, c'è Luisito Monti, futuro azzurro (ehm) e pericolo pubblico del campionato italiano. Anselmo, numero 9 uruguaiano, si rifiuta di giocarci contro millantando un infortunio, il suo posto peró lo prende Castro, detto "El monco" perché non ha una mano, persa in un incidente sul lavoro a 13 anni. Segna il gol del ko definitivo, Castro, e diventa un eroe nazionale alla stregua dei suoi compagni. Poi, la Federazione uruguaiana deve ancora pagare oggi il premio promesso per la vittoria: però vuoi mettere la gloria, cari Celestes?

LA BELLA - AUSTRIA 1934
Ecco, tifo o persino simpatia in questo caso sembrano parole grosse, ma ammirazione sì, doverosa per una squadra che - precedendo per certi versi l'Olanda degli anni '70 - ha lasciato un segno senza presenziare nero su bianco negli almanacchi alla voce albi d'oro. Ma se lo chiamavano Wunderteam, e Wunder in tedesco significa meraviglia, una ragione ci sarà. Con alla guida Hugo Meisl, uno dei primi tecnici moderni del calcio continentale, gli austriaci combinavano la ricerca della qualità tipica della scuola danubiana (vedi anche alla voce Ungheria) con l'accelerazione dei ritmi di corsa e delle giocate, uno stile quasi più inglese che centroeuropeo o inglese. Davanti, a concretizzare, uno dei più grandi giocatori del calcio tra le due guerre, Matthias Sindelar, centravanti raffinatissimo per i tempi, conosciuto dal popolone dei tifosi come "Cartavelina", sottile, ma morbido ed efficace. E pure fragile, però, lo si capirà dalla sua tragica fine pochi anni dopo: suicidio, apparentemente, ma è sempre rimasta viva la teoria secondo la quale Cartavelina sarebbe stato "suicidato" per il rifiuto di vestire la maglia della Germania nazista dopo la forzata annessione dell'Austria al Reich. Correva il 1938, e il Wunderteam era regolarmente presente nel tabellone dei Mondiali dei francesi, che non fecero un plissé davanti alla nuova situazione politica e aspettarono la scomparsa Nazionale austriaca in campo: assenti? Bene, forfait, avanti gli altri. Diversa, e come, la storia di quattro anni prima, al Mondiale italiano. Reduce dal successo nella Coppa Internazionale 1932, gli austriaci scendono da favoriti e spediscono a cada francesi e - soprattutto - ungheresi. Poi, in semifinale, noi. O meglio, "a noi". Il regime fascista soffia nelle vele degli Azzurri, tutto deve essere finalizzato al trionfo casalingo e alla conseguente propaganda. In un San Siro monoanellato ma già Scala, davanti a 40mila persone, il Wunderteam fa paura, ma già al 19' si capisce l'andazzo: mischia rugbistica in area piccola, Meazza calcia il pallone già saldamente nelle braccia del portiere Platzer, spinte, ruzzoloni, ma Guaita la sbattè dentro. Per l'arbitro svedese Eklind, tutto ok, al pari delle "attenzioni" (ehm) che lo spietato Monti riserva a Cartavelina Sindelar. L'Austria, furibonda e scornata, perderà anche la finalina con la Germania, in una sorta di anticipazione di quanto succederà di ben peggiore: la Squadra Meraviglia lascerà un vuoto, anche nelle coscienze di molti.

LA SIMPATICA - INDIE OLANDESI 1938
Una squadra in maglia arancione schierata al centro del campo, ascolta l'inno nazionale olandese, dal pennone sventola la nota bandiera rossa, bianca e blu. Però un attimo, c'è qualcosa che non quadra. Diversi di questi olandesi hanno tutti la pelle ambrata, sono quasi tutti dei piccoletti, comincia la partita con l'Ungheria e, insomma, la qualità non è proprio quella dei Paesi Bassi. Per forza: non è l'Olanda, impegnata tra l'altro contro con i cecoslovacchi, ma sono le Indie Olandesi, l'attuale Indonesia. All'epoca ancora dipendente dal Regno Orange, che aveva colonizzato mezzo mondo, il vastissimo arcipelago asiatico aveva coltivato già alla fine dell'800 un vivace movimento calcistico, ma solo nel 1936 si costituì una vera e propria federazione, che pensò bene di iscriversi alla Coppa del Mondo 1938. Già di per sè una decisione eclatante, visto che nel continente d'Oriente lo fece solo un'altra nazione, il Giappone. Le due squadre avrebbero dunque dovuto vedersela in una qualificazione a due, ma i nipponici - entrati in guerra con la Cina - rinunciarono. A questo punto, per l'eletta d'Asia, sarebbe stato in programma un barrage con la promossa dalla zona centro-nordamericana, gli Stati Uniti: e invece (per ragioni economiche legate alla trasferta in Francia) mollarono anche loro. Morale, senza disputare manco mezzo minuto di partita, il 5 giugno 1938 gli "indiani arancioni" si ritrovano davanti alla grande Ungheria in quel di Parigi: e va da sè che è massacro, 4-0 all'intervallo, 6-0 alla fine e il portiere Mo Hong (alto più o meno 1.60 come gran parte dei suoi compagni) che ci mette persino qualche pezza. Prima di tornarsene in patria, i simpatici indonesiani passano dalla casa madre Olanda: e visto che pure gli Orange originali sono stati fatti fuori, ci sta una fraterna amichevole: vittoria di misura dei padroni di casa, 9-2. Le Indie Olandesi hanno poi preso il piroscafo, sono tornati in patria e non si sono mai più visti al Mondiale: ma sono state le prime a portare la bandiera del Grande Continente asiatico ai campionati. Ah no, era quella olandese, mannaggia.

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