Inghilterra 1966, la seconda squadra: Urss-la grande, Portogallo-la bella, Brasile-la simpatica

Le squadre e i campioni che ci hanno conquistato: il mito Jascin, Eusebio la Perla Nera e Pelè infortunato

Inghilterra 1966, la seconda squadra: Urss-la grande, Portogallo-la bella, Brasile-la simpatica

LA GRANDE: L'URSS
Inglesi, pressoché impossibili da tifare. Tedeschi, pure. E poi, in quel Mondiale 1966, ne hanno combinate troppe, sempre col fischio dalla parte giusta fino alla fine, fino a quando l'ultimo fischio - quello del gol fantasma di Hurst - ha consegnato la Coppa ai più grossi, che questa volta erano i padroni di casa. In un torneo crepato da arbitraggi da cestinare, ecco allora stagliarsi i russi, anzi, i sovietici, loro e quella scritta iconica, CCCP. Pochi robot da piano quinquennale, molti buoni o buonissimi giocatori e un fuoriclasse totale, Lev Jascin, il Portiere con la P maiuscola che conserva - e bene - ciò che i compagni creano. C'è anche l'Italia, tra le vittime dell'Unione Sovietica, ma non finiscono sulle scatole dei tifosi: vittoria meritatissima, limitata a uno stretto 1-0 per gli errori sotto porta degli attaccanti. Non sbagliano un colpo, i CCCP, quattro vittorie su quattro fino alla semifinale contro la Germania Ovest. Arbitra il signor Concetto Lo Bello da Siracusa. Al minuto 43, sul punteggio di 0-0 e con l'Urss virtualmente in dieci per l'infortunio di Sabo, Schnellinger tira una stecca a Cislenko - il migliore attaccante sovietico - e dà il via all'azione che porta al gol Helmut Haller. Due minuti più tardi, altro fallo su Cislenko ancora zoppo: per Lo Bello ancora tutto ok, e allora via libera alla giustizia fai-da-te. Calcione da dietro al panzer, e allora il fischietto siculo si sveglia, cartellino rosso, URSS in nove, e ciao finale (anche se nel finale, sul 2-1, si sfiorerà la clamorosa impresa). Jascin e soci, cornuti e mazziati, perdono anche la finalina col Portogallo. Ma è un quarto posto tarocco, che non fotografa il valore di una squadra che in quel Mondiale e più in generale per tutto l'arco dei '60 ha avuto il suo perché. Il momento buono, o forse perfino perfetto, era quello: ma i disegni, purtroppo per la CCCP, erano altri, davvero degni del Patto di Varsavia.

LA BELLA: IL PORTOGALLO

LA BELLA: IL PORTOGALLO

Con qualche anno di ritardo rispetto alla stratosfera dei club, il Portogallo si siede al tavolo dei grandi anche in una grande manifestazione internazionale, e lo fa da esordiente assoluto. Anche nel 1962, col Benfica campione d'Europa da due anni, ì rossoverdi iberico non erano riusciti a salire sul tram che portava al lontano Cile. Stavolta, invece, la banda benfiquista vestita coi colori della Nazionale impone i diritti della sua qualità, e soprattutto sfrutta il vento soffiato dalla sua stella, Eusebio, senza ombra di dubbio il calciatore più forte su piazza dell'anno di grazia 1966, un attaccante pazzesco, inarrestabile, che dà un senso e una concretezza al solito gioco palleggiato e ragionato marchio di fabbrica della scuola portoghese. La Perla Nera, corteggiata inutilmente negli anni precedenti anche da club italiani, riempie gli schermi italiani presto vedovi degli azzurri umiliati dalla Corea del Nord: bim, bum, bam, è sempre gol. Il tempo di superare l'impatto del debutto, poi Eusebio affonda tutti, a cominciare dal Brasile. Nei quarti, ci vogliono quattro suoi gol (in mezz'ora) per ribaltare l'incredibile 0-3 con cui i nordcoreani stavano abbagliando il mondo intero. Le sue reti, alla fine, saranno 9, e il Portogallo chiuderà terzo. Le molte generazioni di successori non sono riusciti a fare meglio, così come Cristiano Ronaldo deve ancora avvicinare uno score simile in un Mondiale, e questa russa potrebbe essere l'ultima occasione. Hanno ballato una sola estate, Eusebio e i suoi compagni: non ci saranno a Messico '70 e non solo, l'esilio sarà lunghissimo, l'inno portoghese si riascolterà solo in occasione dell'edizione 1986. Ma quell'estate inglese, quel fulmine nero che trasformava in rock il mellifluo fado, è qualcosa che rimane.

LA SIMPATICA: IL BRASILE

LA SIMPATICA: IL BRASILE

La Nazionale bi-campione del mondo come un cucciolo da adottare? Pelé, Garrincha, Jairzinho? Sì, certo. Perché la simpatia la generano le squadre piccole, le esordienti, le storie, oppure la sfortuna, gli eventi che girano tutto contro. E per il Brasile 1966, accreditato per il terzo trionfo consecutivo (e conseguente attribuzione definitiva della Coppa Rimet), la culla del calcio Inghilterra si rivela una bara. La gara d'avvio con la Bulgaria viene vinta, ma il meteorite sulla Seleçao cade proprio lì: entrataccia del rude Zhecev, e Pelè è k.o., l'highlander di una caccia alla caviglia che sarà la costante dei tre match nel girone. Il punto è che con l'Ungheria e con il Portogallo, ai cerotti si aggiungono le sconfitte: 1-3 sia con i magiari che con gli iberici e buonanotte ai sogni di gloria. Con Eusebio e soci, la scena più odiosa: Pelé getta il cuore oltre l'ostacolo e scende in campo nonostante il ginocchio macinato dai bulgari, è bendato, visibilmente menomato. Ma per non saper né leggere, né scrivere, il portoghese Morais mira e colpisce proprio sull'articolazione infortunata, e O Rey, per la seconda volta, lascia urlante il campo. Arbitraggi sotto accusa, evidentemente, e a voler pensare male si può notare che il primo incontro dei brasiliani è stato diretto dal tedesco Tschenscher e gli altri da due fischietti inglesi. Inghilterra e Germania, le altre grandi favorite, sarà un caso, ma in finale poi arriveranno proprio loro, mentre i brasiliani sono già a casa a consolarsi sulle loro spiagge, e a meditare la rivincita. Che planerà velocemente e completa già quattro anni dopo, in Messico.

di ANDREA SARONNI

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