Germania '74: negli occhi e nell'animo l'Olanda che ha reinventato il calcio

Le squadre che ci hanno conquistato: oltra agli Orange, la Polonia di Lato e Haiti di Ettore Trevisan

di ANDREA SARONNI

Germania '74: negli occhi e nell'animo l'Olanda che ha reinventato il calcio

LA GRANDE: OLANDA
Beh, troppo facile. Troppo. Questi hanno cambiato non solo il calcio, ma gli occhi con cui guardi il calcio, con cui lo sogni. La maglia arancione e i pantaloncini neri, i capelli lunghi al vento e i calzettoni abbassati, correre, giocare, divertirsi o almeno fare divertire. L'Olanda ’74 sta alla storia del pallone come i Rolling Stones o i Led Zeppelin a quella della musica rock. Sono delle icone, hanno davvero sigillato un'epoca, uno stile, un gesto, un trademark. Per noi italiani, poi, una roba abbagliante: perché abituati a un calcio pragmatico e atleticamente moscetto, abbiamo scoperto grazie agli Oranje che c'era un’ altra “Stairway to Heaven" verso la grandezza, molto più entusiasmante, adrenalinica, profumata di fresco. E colorata oltre che da quella maglia fantastica, dal talento. Immaginatevi in quella calda estate romagnola il 28enne Arrigo Sacchi, dedito al commercio di scarpe e appassionato allenatore del Fusignano: folgorato dal raggio di luce arancione, e lo capiranno tutti 14 anni dopo, quando il Milan degli olandesi – guarda caso – trionferà con la versione aggiornata e corretta delle cose viste a Germania ’74. Ma neanche il magnifico Van Basten riuscirà a ripetere Johan Cruijff, l'uomo che più di qualsiasi altro dio della sfera ha cambiato questo sport abolendo la posizione fissa, abbinando la sostanza alla fantasia.

C'è un video su Youtube, 10 minuti e rotti, tutti gli skills, i gol, i movimenti leggeri e imprendibili di uno volato troppo alto per poterlo godere più a lungo. E tanto che ci siete, per capire tutta quella squadra e quanto fosse avanti, buttate in occhio anche agli highlights del 4-0 con l’Argentina nel girone di semifinale. Il papaverone che vi dirà che alla fine non hanno vinto niente e vincere è l’unica cosa che conta (cit.) lo troverete sempre: della Germania Ovest 1974 campione del mondo, tuttavia, non parla più nessuno. Chissà come mai.

Germania '74: negli occhi e nell'animo l'Olanda che ha reinventato il calcio

LA BELLA: POLONIA
Alla fine avremmo dovuto anche ringraziarli, perché le loro due pedate nel sedere che hanno rispedito a casa l'Italiaccia di Valcareggi hanno innescato il cambiamento, il cammino che poi ha portato a Bearzot e alla grande Nazionale del ’78 e dell'82. Ma al momento li maledicemmo, questi figli di Varsavia e del conseguente Patto, 2-1 spietato firmato da Szarmach e Deyna, il centravanti e la raffinatissima mezzapunta, due che non avevano proprio l’aspetto da tecnico di laboratorio come tanti atleti del defunto blocco sovietico. La Polonia, la super Polonia ’74. Correva, picchiava, come tutte le squadre dell’Est, ma aveva una sua estetica, eccome. Soprattutto in attacco, dove ancora più dei due succitati produceva Gregorsz Lato, brutto come il peccato, praticamente sconosciuto prima del Mondiale del quale sarà capocannoniere. Lato segna a tutti meno che a noi, e insieme ai suoi degni compagni porta la Polonia a un passo dalla gloria finale. Il match decisivo, tuttavia, è proprio contro la Germania padrona di casa. A Francoforte è inverno, piove a dirotto, il campo è una fangata totale, chi sta in piedi e vince va in finale. La Polonia va a sbattere contro Maier, mitico numero uno Deutsche: ma pure il loro non scherza. È Tomaszewski, eroe della qualificazione a Wembley, dove elimina da solo o quasi l'Inghilterra. Un gigante con il look da figlio dei fiori, che prova a entrare dritto nella storia polacca (assoluta, non nel calcio) parando un rigore a Hoeness, ma nulla può contro l'arma letale Gerd Mueller. Per i polacchi, novità assoluta del calcio europeo, la consolazione del terzo posto, di Lato re dei bomber (7 reti) e degli elogi dei tanti che applaudiranno questa squadra così poco simile al grigio del suo tormentato Paese.

LA SIMPATICA: HAITI

Stesso discorso fatto per la Polonia: anche loro, concedendoci solo uno striminzito 3-1, hanno contribuito a farci fuori. Ma la storia di questa squadra, del Paese che era sullo sfondo, del loro portiere volante Francillon, del loro bomber Sanon meriterebbe un romanzo, altro che una rubrichetta. Lo meriterebbe l'uomo che mise insieme questo mezzo miracolo sportivo, che è italiano, c'è ancora, Ettore Trevisan, triestino classe 1929, fratello di Memo, storico sodale di Nereo Rocco. Una girandola infinita di spogliatoi tra campo e panchina, finché un accordo per sostenere i Paesi in via di sviluppo non lo spinge in quella isola lontana, calda, bellissima, poverissima, soggetta al regime totalitario di Francois Duvalier, “Baby Doc", figlio d’arte dittatoriale. Il regime che prima apparecchia la tavola per consentire lo storico salto al Mondiale e poi, centrato il traguardo, inizia a trattare Trevisan come un estraneo, un usurpatore, addirittura un infiltrato e un nemico quando il sorteggio abbina ad Haiti proprio l’Italia. Mister Ettore dovette rimpatriare velocemente per evitare guai, ma il finale amarissimo non gli impedì un gesto di esultanza quando Sanon, al minuto 46, interruppe clamorosamente l’imbattibilità di Dino Zoff siglando il parziale 0-1. Tra quello e il pareggio di Rivera passarono 6 minuti: testimonianze riferiscono che nella capitale Port-Au-Prince furono trascorsi con gente impazzita in strada, fuochi, spari. Presi poi 14 gol (a 1) da Italia, Argentina e Polonia, Haiti tornò a casa e restò sola. Baby Doc, che telefonava tutte le sere nel ritiro tedesco, non li ricevette nemmeno, nessun premio, niente. E a Francillon, Sanon e compagni non rimase che fare come il loro maestro Trevisan: andarsene, via dalla fame, dalla tirannia, dall’incontrovertibile destino di un paradiso convertito in inferno per un inspiegabile contrappasso.

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