Brasile 1950, la seconda squadra: un Uruguay stellare e un'India a piedi...nudi

Le squadre che ci hanno conquistato: una Svizzera gigante, che nei gironi fa 2-2 contro il Brasile

di ANDREA SARONNI

Lapresse

LA GRANDE: L'URUGUAY
Uno dovrebbe dire il Brasile, il grande gigante beffato, la squadra delle meraviglie schiantatosi sullo scoglio dei cinici, degli insensibili. Il Maracanazo, il Male di un Paese inchiodato da un gol di troppo. No, spiace, "o grande grande Brazil campeao" stava sulle balle, troppa prosopopea, per non dire arroganza. Viva allora il suo eversore, l'Uruguay non troppo sudamericano e molto pragmatico, capace di convertire in oro i mezzi tecnici comunque non piccoli. In 70 anni il calcio è cambiato parecchio, ma il capitàn Obdulio Varela è ancora citato ad esempio di cardine morale e tattico di una squadra che fece ciò che avrebbe dovuto fare l'Italia di Boniperti, buttata fuori dagli svedesi causa attuazione scriteriata del WM: organizzazione difensiva tramite il caro vecchio "metodo", coi due terzini d'area, il centromediano - Varela, appunto - a fare da trait d'union con gli interni di centrocampo, tra i quali operava tale Juan Alberto Schiaffino, e attacco largo grazie al lavoro di due ali vere. Tra esse Alcides Ghiggia, brillantina nei capelli e baffetto da Porfirio Rubirosa, l'uomo del destino in finale, futura croce e delizia del tifo romanista. "Solo tre persone hanno zittito il Maracanà: Frank Sinatra, il Papa e io". Dagli torto. Le simpatie italiane per gli eroi della Celeste potevano nascere anche per tutti questi nomi familiari che denunciavano origini italiane: ma solo uno di essi - il più grande - aveva origini nello Stivale: Schiaffino, avi di Portofino (la classe è classe). Ohibò: e Ghiggia, che giocò anche in azzurro nell'epoca triste degli oriundi? E Maspoli, e Gambetta?

LA MEDIA: LA SVIZZERA

LA MEDIA: LA SVIZZERA

Eccola la risposta: Canton Ticino, e dunque Svizzera: Ghiggia di Sonvico, Maspoli di Caslano (dove gli hanno dedicato lo stadietto) e Schubert Gambetta di Locarno: eh sì, una volta si faceva la fame anche nella Confederazione, e si emigrava come gli italianuzzi del piano di sotto. Una Svizzera molto ticinese, quella di Brasile 1950, a cominciare da Franco Andreoli, un giovane allenatore (35 anni) che aveva preso il testimone nientemeno che dal santone austriaco Karl Rappan, padre del "verrou" - primo grande schema difensivo - e indiretto ispiratore del "catenaccio" e della grande scuola tecnica tricolore. Andreoli non si mise a disfare quanto costruito negli anni dall'illustre predecessore e andò al Mondiale con una squadra tecnicamente senza infamia e senza lode, ma arroccata con umiltà e dedizione davanti al proprio portiere. Davanti, un'ala di qualità, Jacky Fatton, ginevrino profeta in patria nel Servette. E proprio Jacky, durante la fase a gironi, manda al Brasile l'avvertimento del Maracanazo che verrà rimontando per due volte (bellissimo il secondo gol) i padroni di casa incapaci di gestire il vantaggio, tutti presi ad attaccare, a fenomeneggiare. Al c.t. brasileiro Flavio Costa non servì la lezione tattica e tantomeno quella fisica dei tifosi di San Paolo che, inferociti, lo presero a botte. I bravi rossocrociati rifilarono due pere (a una) anche al Messico, riscattando ulteriormente - ce ne fosse mai stato bisogno - il rovescio iniziale con la Jugoslavia. Arrivarono in Brasile per nave, proprio come gli azzurri: a dispetto della loro landa montagnosa, tennero molto meglio il mare.

LA PICCOLA: INDIA

LA PICCOLA: INDIA

Adozione per procura, simpatia in contumacia per l'India, che al Mondiale 1950 non si è presentata per questioni squisitamente tecniche. Oddio, squisitamente. È forse improprio definire squisiti dei piedi nudi maschili, anche se eventualmente dotati di buona tecnica pallonara. Perchè l'India, invitata d'ufficio per rappresentare l'Asia ai Mondiali della rinascita post conflitto mondiale, prima disse di sì e poi di no per la gretta insistenza della Fifa che impose il rispetto ferreo del regolamento del calcio specie nel punto in cui si determina un equipaggiamento identico tra le due squadre: perché gli indiani, di giocare con gli scarpini, non ne volevano sapere. Nel loro informe campionato, ma soprattutto nelle strade di Calcutta o Bombay, il rapporto piede-palla era il più naturale, diretto possibile. Con le calzature, non usate praticamente neanche nella vita reale, le capacità e dunque le possibilità dell'India sarebbero state estremamente limitate, in altre parole un handicap vero e proprio. Così si impuntò la Federazione Indiana, che non trovando minimamente sponda da parte della Fifa (più possibilisti si dimostrarono invece i brasiliani, che sull'argomento ne sapevano qualcosa), decise di lasciar perdere. Peccato perché il calcio scalzo dell'inedita India sarebbe passato ai posteri, erano nel girone dell'Italia. Pensate che terremoto non vincere contro la tribù dei piedi nudi: almeno i coreani del 1966 erano regolarmente tacchettati.

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