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1974: trionfa la Germania di Kaiser Franz, ma il trono è di Cruyff

Nella finale di Monaco, tedeschi campioni: 2-1 all'Olanda che incanta il mondo col "calcio totale". I "messicani" azzurri partono da favoriti, ma si scoprono vecchi e stanchi. Chinaglia e il vaffa al ct. Lato e la Polonia, che sorprese

Mondiale 1974. C'è la Germania di Kaiser Franz Beckenbauer che solleva ai cielo la nuovissima Coppa Fifa, subentrata alla Rimet di proprietà brasiliana. Ma è dell'Olanda di Johann Cruyff il "trono" dell'immagine del nuovo calcio che illumina la scena, quel "calcio totale" che segna la svolta verso la modernità, da noi reinterpretata quasi subito dal Torino di Gigi Radice e perfezionata quindici anni dopo dal mito-Milan di Arrigo Sacchi, non a caso il Milan degli Olandesi (Gullit, Van Basten, Rijkaard). E' la rassegna tedesca di un gioco che cambia pelle, il collettivo prima del talento del singolo, o perlomeno alla pari. Per l'Italia è il tramonto dei "messicani" non senza rimpianti, perché quella Nazionale del '74 ha tutti i contorni per essere definita, e sentirsi, tra le favorite. Ma qualcosa smette di funzionare sul più bello. E torniamo a casa dopo il primo turno.

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LA COPPA DEL MONDO FIFA E' TUTTA ITALIANA
La novità è il Trofeo Coppa del Mondo Fifa, che sostituisce la Coppa Rimet assegnata definitivamente al Brasile nel 1970. A forgiarla, in oro 18 carati, poco più di 6 chilogrammi il peso, è un orafo italiano, Silvio Cazzaniga: due mani che sollevano il globoterracqueo, del valore di 20mila dollari e che la Fifa decide di assegnare definitivamente alla Nazione che lo conquisterà tre volte, com'era stato stabilito per la Coppa Rimet. Nel 2006, però, la regola è cambiata, decidendo che la Coppa del Mondo Fifa sarà consegnata, in via definitiva, al Paese che nel 2038 avrà vinto più edizioni dei Mondiali a partire dal 1974. (Fin qui 3 volte la Germania, 2 Italia, Brasile e Argentina, 1 Francia e Spagna).

GERMANIA SUL TRONO VENT'ANNI DOPO
La finale del 7 luglio 1974 a Monaco di Baviera è fra la Germania Ovest e l'Olanda. Per i tedeschi è l'occasione di chiudere il conto aperto coi suoi discussi Mondiali: nel '54 ha vinto, ma il sospetto del doping ha rincorso i Panzer fino allo sfinimento; nel '66 in finale sono stati "oltraggiati" da un gol-non gol degli inglesi; nel '70 in Messico si sono visti negare la finale dopo la "partita del secolo" in semifinale contro l'Italia. Stavolta non possono/devono sbagliare, pur dovendo fare in conti coi mostri del Nuovo Calcio: l'Olanda, al suo ritorno in un  Mondiale dopo 36 anni. E la finale è quanto di meglio possa esporre il calcio, in quel momento: Beckenbauer, Gerd Muller, Overath, Breitner per citare  i migliori bianchi guidati da Helmuth Schoen, Cruyff, Krol, Neeskens, Rep, Haan, Rensenbrink gli olandesi, scortati dal loro maestro Rinus Michels. Citazioni di leggende del Pallone con una partita che Cruyff -volando sul campo com'era capace solo lui- apre dopo 40 secondi procurando un rigore che Neeskens trasforma. E poi il rigore di Breitner e l'impossibile prodezza di Muller che ribaltano il risultato per il 2-1 finale. Nel conto di 90 minuti di altissimo livello tecnico e agonistico.

IL CALCIO PIU' BELLO HA IL COLORE ARANCIONE
Olandesi sconfitti. Un'ingiustizia? Come diceva Helenio Herrera e poi hanno detti in tanti, "alla fine conta se il tuo nome sta scritto nell'Almanacco del calcio dei vincitori". Ma la carica emotiva, lo stupore, la fantasia e lo strapotere fisico del Calcio dei Tulipani è il segno distintivo di un Paese che -calcisticamente- ha fatto scuola, ha fatto innamorare milioni di tifosi nel mondo, seguendo le tracce di una generazione di talenti cresciuti nel Feyenoord e soprattutto nell'Ajax. Non a caso, le squadre che hanno dominato la Coppa dei campioni dal '70 al '73. Lo chiamano "calcio totale" per la capacità di ciascuno degli undici in campo di intepretare più ruoli, oltre a quello di pertinenza, e anche il portiere è chiamato a partecipare. Calcio totale seguendo la corsa, l'eleganza, la rapidità e i gesti di Johann Cruyff, all'epoca 27enne, che sa fare l'attaccante, il mediano, l'ala, il terzino, il regista sollevandosi un palmo da terra. In panchina, uno stretega della tattica, Michels, che ha guidato l'Ajax, ora la Nazionale e che tornerà alla guida degli Orange nel 1988, quando conquisteranno il loro unico trofeo (l'Europeo). Quell'Olanda fa a pezzi il calcio sudamericano: 4-0 all'Argentina, 2-0 all'Uruguay, 2-0 al Brasile dopo una partita "cattivissima". La finale è una parentesi amara: ne perderà altre due, l'Olanda, nella storia dei Mondiali: nel 1978 e nel 2010. Da primato.

IL CIELO E' COLORATO DI AZZURRO: SIAMO FRA I FAVORITI
La Nazionale italiana è vicecampione del Mondo in carica. Il ct è sempre Valcareggi, la base del gruppo è sempre quella messicana con la novità che Rivera e Mazzola, quattro anni prima staffette, ora sono più vecchi, meno pimpanti, ma entrambi titolari. Misteri del Pallone. Il gruppo-Juve che ha ripreso le sue quote scudetto porta il vento della gioventù: Spinosi, Morini, Anastasi, Causio, Capello, poi l'immenso e maturo Dino Zoff, C'è Gigi Riva, ma coi patemi di fine carriera, e c'è Giorgio Chinaglia, il Ribelle. Quel gruppo azzurro, dopo il Messico, ha visto le streghe nell'Europeo '72, fuori causa presto. Ma fra l'autunno '72 e l'inizio del '74 la squadra di Valcareggi impressiona il mondo. In quindici mesi vince tranquilla il girone premondiale, e a giugno '73 in amichevole regola 2-0 il Brasile e l'Inghilterra per poi dipingere l'impresa della storia il 14 novembre '73 quando per la prima volta vince contro gli inglesi a Wembley: 1-0, la firma di Fabio Capello. Un evento celebrato ancora oggi. Perdipiù, Dino Zoff si presenta ai Mondiali con la porta inviolata da ben 12 partite. Nel conto dei pronostici, non siamo i favoriti. Ma quasi.

MA QUELL'AZZURRO DIVENTA TENEBRA
Così siamo, e ci illudiamo. L'euforia è contenuta, ma anche collettiva. In Europa le nostre squadre di club vanno spedite: Inter e Juve sono arrivate a due finali di Coppa campioni contro l'inarrivabile Ajax; il Milan ha vinto la Coppa delle Coppe; la Lazio è campione d'Italia in carica, dopo il biennio juventino. Le frontiere sono chiuse, i talenti non mancano, i messicani hanno oltrepassato i 30 anni, ma fa niente. Coverciano è meta di bei progetti, la spedizione è di uomini forti, per dire dirigenti: Artemio Franchi, Italo Allodi, Franco Carraro. E il debutto ci consegna Haiti, novità esotica e per niente temibile. Contro la quale però annusiamo l'aria che tira: al contrario. Visto che il giorno del debutto, dopo lo 0-0 del primo tempo, l'haitiano Sanon trafigge Zoff in contropiede: l'imbattibilità di Super-Dino si ferma a 1143 minuti. Così la testa degli iitaliani si riempie di cattivi pensieri. Il 3-1 finale ci premia, ma al 25' della ripresa scoppia il caso-Chinaglia: Valcareggi lo sostituisce con Anastasi, Chinaglia esce dal campo con un eloquente "vaffa" spedito in mondovisione al ct, negli spogliatoi succederà di tutto, bottiglie rotte e altro, la ricomposizione formale è accertata, quella autentica no.  Il caso genera logiche tensioni interne, l'Italia perdipiù si scopre stanca, all'improvviso come invecchiata, o forse con una preparazione inadeguata. L'1-1 con l'Argentina è il prologo alla gara fatale contro  l'emergente Polonia, altra sorpresa del Mondiale: Szarmack e Deyna non perdonano, il gol di Capello nel finale è solo un rimpianto. Torniamo a casa con una Nazionale senza futuro: toccherà a Bernardini e Bearzot farla rinascere. Sarà un vero rinascimento.

LATO L'INDISCIPLINATO E QUELL'INCANTEVOLE POLONIA
Gzregorz Lato è il capocannoniere di quel Mondiale (7 gol). E una delle attrazioni attese della Polonia che nei gironi di qualfiicazione aveva estromesso dalla rassegna tedesca i Maestri inglesi. Si sapeva di certi polacchi dipinti come fenomeni: il portiere Tomaszewski; i difensori Gorgon e Zmuda; il centrocampista Deyna; il talento offensivo Szarmach; e quel giocatore di fascia, veloce e fantasioso, tenace e lunatico che il ct faticava a comprendere e a far giocare dall'inizio. Lato, appunto. Che in quel Mondiale, promosso titolare causa i problemi fisici di Lubanski, azzerò tutta la sua indisciplina diventando il fattore-sorpresa e fantasia di quella Nazionale. Lato segnò tutti i gol decisivi nelle gare disputate (non contro l'Italia) guidando la Polonia al terzo posto finale.

L'ADDIO DI PELE' DAVANTI A 200MILA BRASILIANI
Germania '74 è stato anche il primo Mondiale dopo l'era-Pelé. Per un Brasile che senza il suo Re avrebbe comunque conquistato il quarto posto (battuto nella finalina dalla Polonia, gol di Lato), un Brasile da ricostruire e che avrebbe impiegato altri 20 anni per arrivare al quarto  titolo mondiale. E che si portava appresso la notte dell'addio alla Selecao di Pelé, consumata il 18 luglio 1971 al Maracana, amichevole contro la Jugoslavia, finita 2-2 davanti a 200mila spettatori in lacrime. Come quelle di O'Rey che aveva solo 31 anni, e aveva deciso così: di giocare, poi a un certo punto di fermare la partita, inginocchiarsi in mezzo al campo, a mani giunte e piangendo a dirotto per celebrare il suo saluto. Usciva dal terreno di gioco dopo 110 partite, 95 gol e 3 Coppe Rimet. Nessuno come lui.








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