Buffon chiude vincendo: un successo "obbligatorio" in nome di una carriera prodigiosa

Non resta che onorarlo, ringraziarlo, abbracciarlo, e dirgli che ci mancherà

di ANDREA SARONNI

Buffon chiude vincendo: un successo "obbligatorio" in nome di una carriera prodigiosa

Almeno un record è riuscito ad afferrarlo, un’altra pagina importante sull’Almanacco del calcio: solo lui, da ora, ha vinto per nove volte il campionato italiano, e accidenti ai mancati traguardi del record di presenze assoluto in Serie A, della conquista di almeno una Champions League, della partecipazione al sesto Mondiale, altro gradino su cui si sarebbe trovato da solo. Per Gianluigi Buffon era troppo importante questo scudetto, almeno questo scudetto, per mettere un ultimo timbro indelebile, chiudere in una maniera che tutti - a cominciare da lui stesso - consideravano doverosa, obbligatoria in nome di una carriera prodigiosa, di una figura così forte in campo e fuori.

Per ciò che è stata l'ultima stagione, per ciò che è stata la sua prodigiosa traiettoria nel calcio, soprattutto per l'uomo che a torto o a ragione si considera un'icona, un simbolo non era assolutamente concepibile la beffa di un finale perdente, un'ultima immagine sfuocata da fare seguire alla penultima - Madrid, con quella esondazione di parole - e alla terzultima, la Svezia, la notte di San Siro, il fallimento azzurro.

Celebrato come giusto l'ennesimo successo, scatta allora inevitabile con il distacco il momento del bilancio, della rilettura di un cammino che ha avuto pochissimi eguali nel calcio italiano e internazionale, e non ci si limita al ruolo tutto particolare del portiere. Buffon è stato uno dei più grandi calciatori italiani di sempre: fuoriclasse, decisivo, longevo, leader cresciuto nel tempo al punto di risultare persino eccessivo (soprattutto in Nazionale) nell'ultimo periodo, dove ha conosciuto - il tempo ha le sue leggi - anche il fisiologico appannamento tecnico.

Per almeno 20 anni, invece, è stato grandissimo, il perfetto mix tra le due grandi famiglie dei portieri, i "freddi" storicamente capitanati da Zoff (eterno paradigma della sua carriera) e i "matti". Da Buffon arrivavano l’intervento stilisticamente perfetto e la paratona di istinto puro, dettata dall'esplosività e dal talento, dalla voglia pazza di non fare entrare quel pallone che ti spinge a cose fuori dal normale. Difficile catalogare le migliaia e migliaia di parate di quasi un quarto di secolo, ma per l’effetto "Superman" e per l'importanza rimangono quell'incredibile tuffo in controtempo su Filippo Inzaghi nella per lui amara finale Champions di Manchester e il fulmineo, pazzesco riflesso sulla testata di Zinedine Zidane nell’ultimo atto a Berlino 2006, che invece regalò il lieto fine non solo a Gigi, ma a milioni di italiani impazziti.

Un fenomeno, Buffon, difficilmente replicabile: ma paradossalmente, il suo addio almeno nell’immediato non è accompagnato da una sensazione di vuoto. In Nazionale, prende il suo posto uno che ha tutto per seguirne il percorso da vero numero uno, vale a dire Gianluigi Donnarumma; alla Juventus - salvo improbabili colpi di scena - c’è Szczesny, uno apparentemente "normale" e che tuttavia para tutti i tiri parabili, vale a dire quasi tutti, e che ha già dimostrato di disporre di spalle sufficientemente larghe per reggere l’enorme peso della Juventus e di Buffon, già sostituito a più riprese e sempre con esiti positivi. E il reset in campo e in spogliatoio, inoltre, potrebbe persino portare dei benefici a entrambi i gruppi, responsabilizzando "non-giovani" che finora, con totem-Gigi sempre pronto a metterci faccia e voce, hanno dribblato i guai. Va a finire che in questo momento, il senso del vuoto lo avverte proprio lui, SuperGigi.

Brutta bestia il futuro, quando per te il presente non va mai in scadenza, brutto e persino odioso dire basta quando pensi che in tanti, dall’esterno, ti hanno più o meno gentilmente invitato a lasciare il posto agli altri, ai “giovani”. La sovraesposizione mediatica che lui stesso si è andato a cercare, certamente, non ha contribuito: ma venire a patti con quel riflettore che hai acceso sulla testa da 25 anni e che come minimo diffonderà luce più tenue, dev’essere tremendamente difficile, specie per uno che il numero uno non ce l’ha stampato sulla maglia, ma nelle testa, nei nervi, nel cuore. Alla sua intelligenza, al suo istinto, scegliere ora la strada migliore. A noi, solo un dovere e piacere: onorarlo, ringraziarlo, abbracciarlo, e dirgli che ci mancherà. Che, forse, è la cosa che vuole davvero sentirsi dire.

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