Il signor Tripletta ha colpito ancora

Nel sesto scudetto consecutivo è l'espressione massima del suo genio. Perché Allegri...

di ALESSANDRO FRANCHETTI

Allegri, Lapresse

Il signor Tripletta avrà una lista lunga così di nomi in un foglio qualunque rinchiuso dentro un cassetto. Lo tirerà fuori un attimo soltanto, lo guarderà sfoggiando il suo sorriso migliore e non dirà nulla nemmeno questa volta. Non una parola. Il signor Tripletta avrà una mensola nel salotto di casa dove una volta c'era soltanto diffidenza. Ogni tanto guarderà i trofei che adesso occupano quel posto (4 scudetti, 3 coppe Italia, 2 Supercoppa italiana) e penserà a come fare spazio a quelli che verranno. Le parole, i verdetti precoci sopra un fallimento che sembrava a quasi tutti scontato, sono stati spolverati via insieme a paragoni che non reggono più e a perplessità che non hanno più alcun senso. Ha vinto lui e non ha nemmeno ancora finito di farlo. Perché Max Allegri, il signor Tripletta dello scudetto, vuole far saltare il banco e prendersi tutto. Tutto quanto. Scudetto, Coppa Italia (già in cassaforte) e Champions. Da ingordo del pallone qual è o qual è diventato. 

E' difficile capire se sia la Juve a essergli entrata dentro - Juve intesa come club vincente - o se sia lui a essere entrato nella testa e nelle gambe di ciascuno dei suoi giocatori. Certo è che oggi il suo parere conta, che la squadra lo ascolta e lo segue, che ha potuto immaginarsi un vestito diverso e azzardato per la sua Signora e ha trasformato una bella creatura in una Top Model. Una meraviglia, per dirla com'è. O una genialata, per raccontarla come oggi, riconoscendo finalmente i suoi meriti, la raccontano tutti. Prendete il capolavoro Mandzukic: se conoscete un solo allenatore che lo avrebbe messo lì, ad ammazzarsi di fatica sulla fascia, alzate la mano. Bastava guardare quel gigante da area di rigore per capire che non sarebbe stato possibile. Pesante, a volte sgraziato, ma davvero vuole fargli fare l'Eto'o?

Eppure lì dentro, dentro una intuizione che sembrava una barzelletta, Allegri ha rotto definitivamente con un passato pur sempre "contiano" e fatto saltare gli argini di una squadra divenuta improvvisamente e tremendamente europea. Poteva continuare ad affidare ai suoi giocatori il compitino che facevano da sempre e che sapevano fare. Invece li ha convinti a imparare una lezione differente e si è inventato il giochino delle cinque stelle. I migliori, dicevano i grandi allenatori, devono sempre giocare. Ma i migliori, insegna la storia del calcio, spesso tutti insieme non giocano mai.

Invece del signor Tripletta raccontano un'altra storia che in fondo è una storia bellissima. Fuori c'era il vento gelido dell'inverno. Tutto attorno Firenze, la culla del Rinascimento. Il luogo ideale per cercare ispirazioni. Dicono, di lui, che non gli andarono giù le due sberle incassate da Kalinic e Badelj. Dicono che negli spogliatoi, con la sconfitta ancora addosso, spiegò a tutti che si era scocciato, che era arrivato il momento di cambiare, di osare. Raccontano che quell'idea di Cuadrado, Dybala e Mandzukic alle spalle di Higuain, magari interiorizzata da tempo, divenne realtà quel giorno. Che poi da quel giorno tutto è diverso e migliore lo abbiamo scritto mille volte nelle cronache. La Juve ha smesso di essere la miglior squadra italiana per diventare la formazione più forte d'Europa e soprattutto - ed è un paradosso - da quella follia è nata una macchina talmente perfetta da diventare inattaccabile. Non solo non ha praticamente più perso (un solo ko, contro la Roma), ma ha improvvisamente smesso di avere un punto debole. E' diventata un Achille senza nemmeno la vulnerabilità di un tallone. Più divina di un semi-dio.

E allora, anche se lui guarderà soltanto i nomi che tiene scritti su un foglio qualunque dentro un cassetto chiuso, se anche si concederà al massimo un ghigno senza lasciarsi vincere dalla voglia di rivincita, in ogni caso - dicevamo - noi tutti, noi compresi, che abbiamo guardato con diffidenza il suo arrivo, tre anni fa, sulla panchina della Juve, noi che siamo restati per troppo tempo aggrappati al carro di Antonio Conte credendo lui solo un vincitore, dovremmo avere il coraggio e l'umiltà di chiedergli scusa. Di ammettere che con lui abbiamo semplicemente sbagliato mira. Il coraggio e l'umiltà di dire che si è meritato ogni successo. Qualunque sia la fine di questa storia. Perché si può rimanere signor Tripletta - l'uomo dei tre scudetti consecutivi - o diventare Mister Triplete, ma lui, intanto, può permettersi il privilegio di provarci. Non è un dettaglio. E' piuttosto il frutto di un lavoro quasi impossibile: cancellare il passato e guadagnarsi l'eternità.

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