Juve campione d'Italia, il capolavoro di Allegri

L'impronta dell'allenatore indelebile nel quinto scudetto di fila dei bianconeri

di ANDREA GHISLANDI

Massimiliano Allegri (LaPresse)

"Capolavoro". Basta una sola parola per descrivere il lavoro di Massimiliano Allegri nello scudetto numero 32 della storia juventina, il quinto di fila, che ha permesso di eguagliare il record della Juve degli anni ’30. Il terzo della sua carriera, se il più bello solo lui può dircelo, di sicuro quello dove la sua impronta è più marcata. Perché al Milan aveva un certo Zlatan Ibrahimovic, uno che i campionati li vinceva (e li vince) quasi da solo e l’anno scorso aveva ereditato e plasmato la squadra vincente di Antonio Conte. Quest’anno, invece, la Juve è tutta farina del suo sacco, la sua creatura che da bruco si è trasformata con il passare del tempo in una splendida farfalla ed è volata verso lo scudetto più incredibile.

Come il più pignolo e ispirato degli scultori, l'allenatore livornese ha lentamente costruito la sua opera d'arte, con pazienza e grande professionalità, indossando una corazza per respingere gli attacchi che a inizio stagione gli sono piovuti da più parti. Le critiche si sono poi trasformate in complimenti, le titubanze in una cavalcata vincente che si è chiusa con una delle più grandi rimonte della storia del nostro calcio.

Con la finale persa contro il Barcellona, in casa Juve si era chiuso un ciclo. In estate le cessioni eccellenti di Tevez, Vidal, Pirlo e Llorente avevano portato a una rivoluzione, con l'inserimento di giovani promettenti (Dybala, Alex Sandro, Rugani e Lemina), giocatori in cerca di riscatto (Cuadrado, Khedira ed Hernanes) e attaccanti funzionali al progetto (Mandzukic) o pronti per il grande salto (Zaza). Tanti cambiamenti che hanno segnato l’avvio di stagione, talmente disastroso da far vacillare la sua panchina. Con l’appoggio della società, Allegri ha potuto comunque lavorare con serenità e senza quella pressione di vincere ad ogni costo.

Non è stato facile trovare l'equilibrio vincente in un gruppo tutto nuovo e i suoi meriti sono sotto gli occhi di tutti. C'è voluto qualche mese per inculcare ai nuovi arrivati la filosofia vincente juventina, c'è voluta una grande abilità e sensibilità a tenere insieme un gruppo che non riusciva ad ottenere risultati e a toccare le corde giuste nei senatori che sembravano appagati dopo anni di trionfi e abbuffate (vero, Pogba?). A un certo punto, dopo 10 giornate e la sconfitta con il Sassuolo, solo lui credeva in cuor suo ancora nello scudetto e per trasmettere questa sua convinzione ha dovuto vestire i panni del fine psicologo e motivatore. Missione riuscita.

Perfetta, poi, la gestione dei giovani, inseriti gradualmente, in particolare quella di Dybala: Allegri si è fatto scivolare addosso le critiche per l'impiego dell'argentino con il contagocce a inizio stagione, ha usato con saggezza il bastone e la carota e alla fine ha avuto ragione lui, visto che se Pogba è mister 100 milioni, Dybala non è poi così lontano da quella valutazione. Alex Sandro si è alternato con Evra, Rugani è stato a lungo in naftalina, ma ha imparato in fretta le lezioni dei vari Barzagli, Chiellini e Bonucci. La Juve di Allegri ha vinto, convinto, ma soprattutto è riuscita a porre le basi per altri grandi successi. Un capolavoro.

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