La rivincita dei "nerd" bianconeri
Da Bonucci a Giaccherini, i "gregari" campioni
ALBERTO GASPARRI06/05/12

Quagliarella, Pepe, De Ceglie, Bonucci, Giaccherini. Alzi la mano chi avrebbe scommesso sulla possibilità che un giorno questi calciatori sarebbero finiti tra i campioni d'Italia. Forse solo Antonio Conte, capace di trasformare in vincenti dei giocatori che finora avevano vinto nulla o poco più. Perché se si escludono campioni veri come Buffon, Del Piero e Pirlo, e in parte Vucinic, Barzagli e Borriello, il palmares della rosa che compone la Juventus 2011-2012 era ben poca cosa: tanti titoli a livello giovanile e qualche briciola.
Eppure mai come in questa occasione è valso il detto "l'unione fa la forza". Mettere assieme giocatori di qualità tecnica buona, ma non eccelsa, mischiati al talento e all'esperienza di autentici numeri uno, ha creato un mix, è il caso di dirlo, imbattibile. In America amano sottolineare che "i giocatori giocano, le squadre vincono". Tradotto: il fuoriclasse da solo non va da nessuna parte, serve un gruppo unito, anche se magari con tanti "gregari". E allora, se è vero che Pirlo è stato decisivo, Buffon è tornato al top e Del Piero ha condito con i suoi colpi lo scudetto bianconero, lo è altrettanto che sono stati gli "altri" a gettare le fondamenta per questo inatteso trionfo.
Gente come Leonardo Bonucci, il giocatore più criticato di questa Juve, sempre additato come il colpevole unico degli errori difensivi. Proprio lui si è preso una bella rivincita su tutti, conquistandosi la fiducia di Conte e andando avanti a testa alta anche nei momenti più difficili. La sua stagione è stata un crescendo condito da gol pesanti. E adesso nessuno si ricorda più dei suoi "svarioni".
E Paolo De Ceglie? A Torino si ricordano ancora gli sguardi stupefatti di chi si sentiva dire da Delneri che con De Ceglie a disposizione la sua sarebbe stata un'altra Juve. Certo, un'esagerazione, ma l'esterno sinistro ha dimostrato che non aveva tutti i torti. Non sarà Cabrini, ma quando è stato chiamato in causa ha fatto la differenza. In positivo.
Il simbolo di questa Juve operaia risponde però al nome di Emanuele Giaccherini. Circondato da un alone di sospetto al suo arrivo a Vinovo, l'ex Cesena è diventato l'arma in più di Conte, che ne ha sempre elogiato l'impegno e la dedizione alla causa. "E' uno che mangia l'erba", ha ripetuto più volte durante l'anno. Definizione perfetta perché, nonostante un passato nelle categorie minori, Giaccheriño ha sempre avuto la capacità di cambiare le partite anche partendo dalla panchina.
Simone Pepe e Fabio Quagliarella, invece, hanno percorso un cammino diverso. Pepe è partito a mille, segnando a ripetizione e mettendo in mostra qualità che nemmeno a Udine erano esplose. Si pensava fosse solo un uomo di quantità, invece alcune sue "perle", su tutte il gol alla Lazio, hanno dimostrato che tanti a fare "mea culpa". Se la sua stagione è andata in leggero calando, quella di Quagliarella l'ha portato dalla panchina a un posto da titolare. Il napoletano ha innanzitutto dovuto pensare a superare i postumi del gravissimo infortunio del gennaio 2011 e un po' di scetticismo da parte dello stesso Conte. Una volta, sbloccatosi, però, ha rimesso in mostra quella potenza e quel senso del gol, che gli hanno regalato il prolungamento del contratto e il ritrovato affetto dei tifosi.
Insomma, saranno anche giocatori operai, ma con tanta classe dentro. Classe da scudetto.
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