Donadoni in esclusiva: "Contro la Spagna bisogna giocare accorti, non rinunciatari"

"Conte è bravo a trasmettere valori importanti, io non ho rimpianti"

di PEPE FERRARIO, nostro inviato a Montpellier

Donadoni e Conte (LaPresse)

In un certo senso è stato Roberto Donadoni a tenere suo malgrado a battesimo la nascita del grande ciclo spagnolo. Il 22 giugno 2008 l'Italia, la sua Italia, terminò il cammino europeo a Vienna ai calci di rigore, la Spagna spiccò invece il volo verso il titolo continentale. Da lì poi il bis di quattro anni dopo (contro la Nazionale di Prandelli) inframezzato dal Mondiale del 2010. Oggi la strade si incrociano nuovamente. Qualche giorno fa Mauro Tassotti, ex compagno di squadra e amico di Donadoni, ha detto che questa Spagna, questo ciclo iberico, sta volgendo alla fine. Cosa ne pensa, mister? "Diciamo che se anche così fosse è stato un grandissimo ciclo. Forse unico. Probabilmente è vero che questa squadra ha perso qualcosa rispetto al passato ma resta comunque sempre forte e completa. E in più conta, in tornei come questo, l'abitudine a vincere e la voglia di emulare che ti ha preceduto", ha detto a Sportmediaset.it.

Ma cosa ha allora in meno questa Spagna? L'assenza per esempio di Xavi?
"Non è tanto una questione di giocatori che non sono più in Nazionale. Il fatto è che come tutte le squadre impari a conoscerle, a capire come giocano, a individuarne i punti deboli. Sono insomma riconoscibili. Ed è su quello che prepari la partita. Oggi è più facile farlo che in passato".

Proprio Xavi ha detto che la Spagna fatica contro avversarie disposte a tre in difesa. Ma come la si affronta allora? Meglio attendere o giocare a viso aperto e attaccare come ha fatto la Croazia?

"Fosse solo questione di difesa a tre... Bisogna giocare, comunque, essere accorti ma non rinunciatari. A me l'idea di attendere non piace: farlo sarebbe sbagliato. Sicuramente avremo delle chance, l'importante sarà coglierle perché non saranno tante. Ripeto, essere accorti è una cosa, rinunciatari un'altra".

L'ultima volta che l'Italia ha battuto la Spagna in una partita non amichevole lei era in campo, Mondiali di Usa '94. Confrontando quella rosa con questa risulta evidente lo scarto qualitativo tra ieri e oggi. Cosa ne pensa?
"Più qualità hai in squadra tanto meglio è. Ovvio. Ma la forza e anche la bellezza di una squadra stanno nelle capacità che riesci a tirare fuori dagli uomini che hai a disposizione. Nell'atteggiamento con cui scendi in campo, nella dedizione, nella abnegazione, nella consapevolezza che il gruppo ha di sè, nel conoscere i propri eventuali limiti e nell'esaltare i propri punti di forza".

Di questa Nazionale, lo ripetono gli stessi giocatori, il vero punto di forza è forse Antonio Conte. Da collega che idea si è fatto?
"L'idea che Antonio sa trasmettere valori importanti alle sue squadre. Che è poi quello che deve fare un tecnico. Poi questo lo devi tradurre sul campo, ma è indubbiamente un vantaggio".

Uno dei giocatori che meglio sta dando prova di tutto questo è il "suo" Giaccherini.
"Sono contento per Emanuele. Sta dimostrando come la maglia della Nazionale ti sa dare un qualcosa in più, anche giocando in un ruolo che magari non è proprio il tuo. Ha qualità notevoli e le sta esprimendo. Se lo merita perché oltretutto è un ottimo ragazzo".

Un'ultima battuta. Dopo l'Europeo ci sarebbe potuto essere lei sulla panchina dell'Italia che sarà di Ventura. Qualche rammarico?

"No, perché non sono mai stato abituato a ragionare così. È vero, potevo tornare in Nazionale, ma quando prendo una decisione vado avanti per la mia strada. Fare altro sarebbe solo uno spreco di tempo e energie". 

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