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1978: Il "Mondiale della vergogna" è argentino. Il tango italiano incanta

La feroce dittatura di Videla è lo sfondo di un Mondiale difficile. Argentina-Olanda finale da saloon. Comincia l'era Bearzot, azzurri quarti, ma Zoff è imputato di "cecità", La marmelada peruana

Mondiali 1978: Argentina, la prima volta campione e a tutti i costi. Il calcio è la vetrina sul mondo di un Paese stretto nella morsa, crudele, del regime dei Generali. E a casa propria non  deve sbagliare. Maradona è una stella nascente, 18enne, ma il ct Menotti lo lascia a casa ed è Mario Kempes la star. L'Olanda è stata abbandonata da Cruyff, ma è sempre la miglior interprete del "calcio totale": in finale, più che una sfida agli argentini è una rissa di 120 minuti risolta 3-1 dai biancocelesti. Il Brasile si consola col terzo posto vincendo la finalina contro noi italiani. Ed è l'Italia di Enzo Bearzot la vera novità, anzi: la sorpresa, di questo Mondiale. Cabrini e Paolo Rossi non ancora Pablito, ma quasi, danno la spinta giovane ed emotiva a una squadra che incanta per gioco, sfrontatezza e qualità. Il quarto posto la premia al di sotto di quanto abbia espresso sul campo. A farne le spese -sotto l'aspetto critico- è Dino Zoff, all'epoca 36enne, al quale imputano difetti di vista per i gol subiti contro Olanda e Brasile, fatali per il sogno azzurro del podio più alto. Sono malelingue: quattro anni dopo, sappiamo com'è andata in Spagna. e cosa abbia fatto Super-Dino.

IL DITTATORE VIDELA E IL MONDIALE DELLA VERGOGNA
Una festa per la dittatura di Jorge Rafael Videla. Una vergogna per il mondo. Già. I Mondiali del 1978 sono considerati "i Mondiali della vergogna". Mentre si svolge la kermesse iridata, a volte anche a poche decine di metri dagli stadi, i dissidenti del sanguinario regime militare, guidato dal generale Videla, vengono torturati, giustiziati, a volte fatti sparire nell'Oceano dopo voli della morte in elicottero. Quelli di Argentina '78 sono i Mondiali dei desaparecidos, dei tantissimi che il regime fa sparire nel nulla prima e persino durante il torneo per evitare di avere problemi e manifestazioni mentre il mondo guarda. La Nazionale di casa deve vincere anche per questo, così è deciso e così avviene.

UN ITALIANO NELLA BURRASCA FINALE. L'ARBITRO GONELLA
La finale -non è la prima volta, non sarà l'ultima- segue il senso quasi unico di non dispiacere alla Nazionale di casa. Argentina e Olanda si contendono il titolo a Buenos Aires, lo Estadio Monumental è al colmo della passione e della tensione, 80mila sugli spalti. La squadra di Luis Cesar Menotti è arrivata all'atto conclusivo non senza "spinte". L'Olanda  di Ernst Happel non ha più la profetica fantasia di Cruyff, ma è ricca di muscoli e talenti. Passarella è il nostromo argentino e la sua proverbiale, spesso eccessiva,  grinta è d'esempio per tutti i suoi. Neeskens e Krol dettano le linee del collettivo Orange. La partita è aspra, le entrate spesso ai limiti del cartellino rosso non si contano, l'arbitro scelto per questa battaglia è l'italiano Sergio Gonella: ha carisma, esperienza, ma pensare alla totale imparzialità in quel clima è fantasia. L'1-1 dei 90' minuti si chiude col il clamoroso palo dell'olandese Rensenbrink al 90'. Sarebbe stata un'altra storia. I supplementari sono la svolta: Kempes dopo il gol d'apertura segna la rete del 2-1, Bertoni chiude la partita. Prima di quella finale, Bertoni aveva detto: "Saremo campioni e segnerò il gol decisivo". Gli spetta la parte dell'eroe. Nel delirio, l'Argentina alza la Coppa al cielo. Gli olandesi non si presentano nemmeno alla cerimonia per la medaglia che tocca a loro, furibondi per la direzione di gara -a loro avviso- "a senso unico".

IL DISPIACERE DI RENSENBRINK: "PALO? QUEL PALLONE DOVEVO GETTARLO VIA"
Nella finalissima sull'1-1 al 90', l'olandese Rensenbrink calcia da posizione impossibile, quasi dalla linea di fondo,  il pallone sbatte sul palo e torna in campo. Sarebbe stato il gol del Mondiale all'Olanda, quel pallone nega la gioia ai Tulipani e si potrebbe credere che la vita di Rensenbrink, dopo, sarebbe stata colma del disappunto per quella traiettoria... sfortunata. E invece no. L'attaccante ha raccontato: "Quel pallone non doveva finire sul palo, doveva finire fuori almeno di un metro, dalla posizione in cui ero era ...impossibile trovare la porta.  Non so come abbia fatto a inquadrarla, dovevo buttare il pallone malamente, sbagliare, calciandolo lontano dalla porta così nessuno mi avrebbe chiesto per settimane, mesi, anni cosa penso di quel palo".

LA "MARMELADA PERUANA" VERSO IL TITOLO MONDIALE
L'Argentina nel suo Mondiale vincente ha attraversato momenti difficili: lo 0-1 contro l'Italia, nel girone di qualificazione, che le costa il primo posto, e comunque senza lacrime: avrebbe evitato l'Olanda nel girone verso la finale, trovandosi al cospetto del meno temibile Brasile. E in quel girone coi verde-oro, la Polonia e il Perù c'è da spartirsi lo spazio di gloria che conta: vincere il girone significa giocarsi il titolo mondiale. Come da pronostico le prime sfide: Brasile-Perù 3-0, Argentina-Polonia 2-0. Lo scontro diretto 0-0. E a quel punto l'ultimo atto: Brasile-Polonia e Argentina-Perù. Le due partite si giocano lo stesso giorno (ovvio), ma non allo stesso orario (meno ovvio), ben sapendo che in caso di reciproca vittoria conta la differenza reti. Banale dirlo: tocca al Brasile giocare d'anticipo alle 16,45 e vincere 3-1. Con 6 gol fatti e 1 subito, il Brasile vanta più 5 nella differenza reti. E alle 19,45 ecco in campo Argentina e Perù. Serve la vittoria, almeno con 4 gol di scarto. E i gol arrivano, alla fine sono addirittura sei, il 6-0 è visto dal Brasile  -non solo dal Brasile- come un ignobile pateracchio, la chiamano la "marmelada peruana". Il portiere Quiroga è l'imputato numero uno (dormiva fra i pali), i lamenti, le polemiche e il sentirsi offesi si sprecano.

LE SPIEGAZIONI E LE CONFESSIONI POSTUME
I dati di fatto attorno a quello scandalo. La Nazionale peruviana la notte prima della partita è rimasta sveglia, migliaia di tifosi argentini hanno fatto chiasso attorno all'albergo, la polizia non c'era o se ce'era faceva finta di niente. Il pullman che ha portato allo stadio la comitiva peruviana ha impiegato più di due ore, facendo giri intorno concentrici per evitare la ressa o anche solo per perdere tempo. "Eravamo stanchi e stravolti", reclamaeranno i giocatori del Perù nei giorni dopo la partita spiegando la loro resa. La marmelada è servita. E negli anni a seguire confessioni o pseudo-confessioni dei protagonisti hanno recato il segno di quegli enormi dubbi legati al 6-0 e soprattutto al portiere Quiroga e al "biscotto" che da sempre fa parte del corredo dei mondiali di calcio. Le prove, beninteso, non sono mai esistite.

COMINCIA L'ERA-BEARZOT, VERSO LA GLORIA SPAGNOLA
Il Mondiale '74 chiude l'era messicana. E anche la lunga gestione-Valcareggi: otto stagioni. Per il ct un abbandono soft: la Federcalcio gli è grata per un Europeo e un secondo posto Mondiale, resta nei ranghi federali di Coverciano. E per cambiare rotta, ci si affida a un grande mAestro del Pallone: Fulvio Bernardini, il Dottore. Ha 68 anni, è stato un grande calciatore, da allenatore ha vinto lo scudetto col Bologna ('64) e con la Fiorentina ('69), si diletta nel giornalismo e raccoglie volentieri l'invito. C'è da rifare tutto, Mazzola, Rivera e Riva (capofila dei messicani) sono messi in disparte, si ricomincia da Giancarlo Antognoni, 20enne predestinato, Scirea, da Rocca e Roggi, Graziani e Gentile, restano Zoff e Facchetti, le magaconvocazioni portano ad assemblare un gruppo di 22-23 giocatori che guardano al futuro. Accanto a Bernardini, per il lavoro quotidiano, viene scelto Enzo Bearzot che la spunta su Azeglio Vicini. E dall'ottobre '77, l'incarico per il Vecio (così dicevano di Bearzot, che aveva solo 50 anni) diventa totale, con il progressivo distacco di Bernardini che aveva concluso il suo lavoro.

MUGUGNI, MALUMORI E LA SORPRESONA AZZURRA AL MONDIALE
La partenza di quell'Italia verso l'Argentina non è granché. I malumori della critica sovrastano ogni buona intenzione. La formazione-base è delineata con Zoff; Gentile, Maldera; Benetti, Bellugi, Scirea; Causio, Tardelli, Graziani, Antognoni, Bettega. Nel girone eliminatorio, gli azzurri hanno negato il Mondiale all'Inghilterra: niente male. Ma l'ultima gara del girone, a Wembley, è finita 0-2 e l'idea di Bearzot (la marcatura Zaccarelli-Keegan, un disastro tattico) mette in moto cattivi pensieri verso il ct, con l'aggravante che nell'undici base non trovano spazio Cabrini e Paolo Rossi, stelle nascenti del calcio italiano. Pressioni e convinzioni, inducono il ct a scegliere loro due per la gara d'esordio con la Francia, che parte come un incubo: sessanta secondi e il francese Lacombe incenerisce Zoff. Sembra l'inizio di un altro Mondiale senza gloria, e invece quell'Italia prende a giocare, a correre, a inchiodare i francesi di Platini nella loro area rimontando fino al 2-1. Poi sarà 3-0 all'Ungheria e 1-0 all'Argentina, col gol capolavoro di Bettega, dopo l'assist di tacco di Rossi. La sorpresa-Italia diventa una seria candidata al titolo: è anche la squadra che esprime il miglior calcio.

ZOFF HA 36 ANNI, E' VECCHIO E NON CI VEDE BENE
Passato trionfalmente il primo turno, nel girone per la finale ci toccano Germania Ovest, Austria e Olanda. Lo 0-0 coi tedeschi è una sfortunata maledizione: gli azzurri arrivano una dozzina di volte vicini al gol, dominando la sfida. L'1-0 con l'Austria ci porta all'ultima gara con l'Olanda con la necessità di vincere, per andare in finale (gli Orange stanno meglio per la differenza reti). L'autorete di Brandts dopo 20' minuti e un primo tempo tutto azzurro ci illudono non poco. Il calo fisico della ripresa e due siluri dello stesso Brandts e di Haan, da lontanissimo, ci "condannano" alla finale per il terzo posto contro il Brasile. Il rimpianto è grande e il più preso di mira è Dino Zoff che ha subito quel gol di Haan da 35 metri. "Non ci vede bene, Dino?". E' la domanda che diventa "certezza" il giorno della finale per il terzo posto: vantaggio Italia con Causio nel primo tempo e poi due siluri da lontano di Nelinho e Dirceu nella ripresa. La fotocopia della gara con l'Olanda, il calo fisico e quei dubbi "visivi" del portiere 38enne che diventano tema di dibattito. "Ormai è vecchio, non ci vede bene", la sentenza.

DINO SI DIFENDE COSI', SARA' UN EROE DI SPAGNA '82
«Io ammetto un solo errore: non aver visto in tempo il pallone scagliato da Haan, il pallone del secondo gol olandese", dirà poi Dino Zoff al culmine della sua ragionata, serafica, replica ai detrattori. "Ma il primo, quel gol di Brandts, era imparabile. E sui due tiri dei brasiliani, che ci sono costati il terzo posto, non ho nulla da rimproverarmi. Nelinho ha battuto d’esterno, con diabolico effetto; Dirceu ha tirato a botta sicura, io non ci vado a sedermi sul banco degli imputati». A 38 anni e con il suo maestro e amico Enzo Bearzot e il blocco-Juve da cementare in bianconero e in azzurro. Zoff proseguirà la carriera fino a 42 anni. Vincendo, da protagonista il Mondiale di Spagna.

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