Figure Skating, la vicecampionessa senior Francesca Rio si ritira

La pattinatrice comasca conclude la sua carriera a soli 23 anni per un infortunio alla gamba sinistra

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Federica Rio (Facebook)

Una carriera finita forse troppo presto: Francesca Rio ha annunciato il ritiro dall'attività agonistica a soli 23 anni. La decisione dell'atleta comasca è arrivata in seguito alla lesione al muscolo ileopsoas dell'anca sinistra: le ricadute nell'ultimo anno sono state troppe per permettere alla vicecampionessa senior nazionale di tornare in breve tempo ad alti livelli, che ha così deciso di mettere al primo posto gli studi.

Francesca Rio ha deciso di scrivere in una lettera tutti i motivi che l'hanno portata ad intraprendere questa scelta, ripercorrendo la sua carriera di atleta: dai successi alle cadute che fanno più male, dopo le quali è sempre riuscita a rialzarsi. Fino a quando, dopo la settima risonanza magnetica nel giro di un anno e "le fitte molto forti che sentivo alla fine dei miei tripli", Francesca ha deciso di dire basta: ora la aspetta il Master di Management Internazionale all'estero, nel quale si spera possa volare come faceva una volta sulla pista ghiacciata.

Rio è nata a Como il 16 dicembre del 1990. Nella sua pur breve carriera è salita quatto volte sul podio nei Campionati nazionali assoluti, conquistando il titolo juniores nel 2006. Ha preso parte a due edizioni dei Campionati Europei ottenendo un quindicesimo posto ad Helsinki nel 2009. E' stata decima nelle ultime Universiadi.

LA LETTERA DI FRANCESCA

Mi chiamo Francesca Rio, ho 23 anni, e questa è la mia settima MRI.

“Ciao tesoro, metti le cuffie, il grembiule azzurro e sdaiati. È la tua prima risonanza magnetica?” “No, la settima” rispondo scocciata alla gracile infermiera che davanti a me non nasconde un’espressione di stupore. Mi guarda e probabilmente cerca di capire come una ragazza così giovane e dal fisico atletico possa averne già fatte diverse. “Ok, allora saprai già che sentirai dei rumori, che non dovrai muoverti…” Non la ascolto già più. Sono intenta a calcolare quanto dovranno inserirmi all’interno della macchina Samsung di fronte a me. Probabilmente fino al petto. Spero che non mi inseriscano completamente all’interno di quel “tubo” che più che una macchina ospedaliera sembra una rampa di lancio. Non mi piacciono gli spazi piccoli e limitati perché ho sempre paura che mi possa mancare l’aria. Scaccio i pensieri negativi da claustrofobica e mi concentro sulla pompetta che stringo saldamente nel pugno della mano sinistra. “Qualsiasi cosa, se non dovessi sentirti bene, schiaccia la pompetta e io sarò immediatamente da te. La risonanza durerà 30 minuti, iniziamo?” faccio cenno di sì col capo all’infermiera che esce dalla stanza e mi lascia sola. Inizia. Ovattata all’interno della mia rampa inizio a sentire quei rumori che nemmeno le cuffie riescono a ridurre e che ricordo troppo bene… Nemmeno a Manhattan c’è tanta confusione… Inizia così il mio viaggio. Chiudo gli occhi, attendo e ripenso alla mia estate, agli allenamenti a Courchevel, al mio volo di rientro dal Colorado anticipato di una settimana e alla mia anca sinistra. Che brucia, maledetta. La rampa di lancio mi porta ancora più all’interno della macchina. Ora anche il mio naso è coperto dall’ombra della macchina. Stringo gli occhi più forte e mi immagino da un’altra parte. Cavolo Francesca, con tutti gli esercizi di visualizzazione che ti hanno fatto fare in questi anni saprai immaginarti al mare… no, nulla da fare. Il mare non funziona, posso solo immaginarmi sul ghiaccio. Non ho ancora imparato a trasportarmi in vacanza. Forse perché non ho ben chiaro nella mia testa il concetto di “vacanza”. Così immagino un allenamento e magari mi addormento pure... “E’ terminata tesoro, ti aspetto fuori assieme al dottore, prenditi il tuo tempo. Non alzarti in fretta perché potresti avere un leggero mal di testa.” Fanc*** al mal di testa - non me ne frega niente – e in un secondo sono fuori che con aria interrogativa scruto l’espressione del dottore che studia la mia risonanza. Preoccupato, sì, un po’ preoccupato. Ma non troppo dai, dirà che non ho nulla e che potrò ricominciare gli allenamenti fra un paio di giorni. Alza un sopracciglio e sbuffa un po’. Sembra preoccupato di nuovo. Mmm spero che sia solo stanco… Mi guarda. Io sorrido come se potessi influenzare le parole che da lì a poco mi dirà. “Riposo. Hai una lesione muscolare all’ileopsoas. Putroppo è una zona delicata e non possiamo trascurare o esagerare i movimenti nei prossimi giorni. Non puoi correre, non puoi sforzare gli addominali…” ho già smesso di ascoltarlo. Riposo? Ha davvero detto “riposo”? mi viene già da piangere ma stampo un sorriso di cortesia ed esco dalla sala della risonanza chiedendo di andare alla toilette. Non parlate di riposo a uno sportivo perché potrebbe fare una faccia peggiore di quella di qualsiasi concorrente televisivo che si vede sfuggire 1 milione di euro a una domanda dalla vittoria. Game over. Riposo uguale "perdere", riposo uguale “ommioddio”, uguale “ora perdo tutto il lavoro fatto”, uguale rondine che si rompe un’ala. Guardo i miei genitori nella sala di attesa e chiedo di portarmi a casa. Non mi dicono nulla. Conoscono bene la prassi per queste situazioni: si limitano ad abbozzare un sorriso e a darmi una pacca sulla spalla. Sanno che non voglio abbracci o frasi incoraggianti. Qui non c’è nulla da festeggiare o da supportare. Voglio solo stare da sola. Con un po’ più di freddezza riesamino il mio infortunio. Non è il primo. Non ho mai mollato, non mi sono mai fatta sopraffarre dalle difficoltà. Ho sempre lottato e sono sempre tornata sul podio. Che sarà poi questo? Mi chiedo se lo sport alla fine faccia davvero bene… Lasciate che ve lo dica, secondo me no. Anche Andre Agassi nel suo libro vi dirà di no e certamente si tratta di una voce più attendibile della mia. Il fisico si modella, si rinforza, ma a lungo andare si rovina. Non parlo dello sport in generale, sia chiaro, ma dell’agonismo. Allenarsi tutti i giorni quattro o cinque ore al giorno non può essere definito come qualcosa di benefico per il corpo. Faccio agonismo da quando avevo 11 anni. Ero la bambina che dopo la scuola non guardava i Pokemon con gli amici, perché nel pomeriggio c’era l’allenamento. Che nel weekend non andava alle feste di compleanno perché nel fine settimana c’erano le gare. A scriverlo mi viene da sorridere e vorrei poter abbracciare quella bambina che nella vita voleva solo pattinare e riempirsi la faccia di brillantini in occasione delle gare. Era quello che volevo, non mi è mai stato imposto e non mi è mai pesato, l’ho sempre fatto per passione. I sacrifici li riconosco solo ora, che ho un’altra età e mi rendo conto di quanto siano state diverse la mia infanzia e la mia adolescenza da quelle dei miei amici e dei miei stessi fratelli. Vorrei raccontarveli, ma sarebbe una lista lunga e forse un po’ noiosa. Beh, se non fa troppo bene al fisico, a cosa serve allora l’agonismo? Lo sport “palestra di vita”. Probabilmente l’avrete già sentita questa. Proverò a dare un senso a questo proverbietto semplice semplice ma che in realtà racchiude in sé una verità lampante, raccontandovi brevemente di me. Ho incominciato a pattinare a 6 anni, nelle nebbie comasche, quando ancora mi vergognavo di arrivare semplicemente al centro della pista ed essere guardata dalla maestra. Da semplice hobby pomeridiano, il pattinaggio è diventato il mio impegno e successivamente il mio “lavoro”. Ho incominciato ad allenarmi a Milano, dagli ultimi posti delle gare sociali sono passata a vincere le gare regionali, le prime gare nazionali giovanili e a 15 anni sono entrata a far parte della Nazionale Italiana. A sedici anni sono diventata campionessa italiana junior e l’anno successivo ho incominciato a gareggiare nella categoria senior. Sono stata tre volte vice-campionessa italiana senior, ho rappresentato l’Italia a tre Campionati del mondo junior, a due Europei ed a due Universiadi invernali. La crescita esponenziale degli impegni e delle responsabilità mi ha completamente cambiata. Bisognava cambiare - e anche in fretta. Dovevo entrare in pista e farmi guardare, piacere, sentirmi bella, essere forte e convincente. Sembrano concetti molto banali, ma mi sono costati molta fatica e me li sono guadagnati con un lungo percorso. Nel frattempo ho studiato. Mi sono diplomata al liceo scientifico e mi sono iscritta alla facoltà di Economia all’università. Ovviamente, passando al palazzo del ghiaccio gran parte della mia giornata tra ore di pattinaggio, preprazione atletica e danza classica non ho mai avuto il tempo di frequentare le lezioni. Credo di aver partecipato solo al 30% delle lezioni e questo per me è sempre stato un gran dispiacere. In mancanza delle spiegazioni, ho studiato da sola sui libri, mattoni incredibili che probabilmente le lezioni frontali avrebbero scremato, sugli appunti passati dai miei amici e sui siti intenet di economia, quando la sera o la notte non capivo il nesso tra appunti e libri. E’ stato molto difficile, ma ce l’ho fatta. Ho superato 27 esami e lo scorso luglio mi sono laureata in Economia e Gestione Aziendale. Mi vengono i brividi a scriverlo ora, perché nemmeno io so spiegare da dove mi sia arrivata la forza di portare avanti due progetti così grandi allo stesso tempo. Solo ora che ho terminato me ne rendo conto. Nel percorso verso la laurea vedevo solo il mio traguardo e sacrificare feste e tempo libero con gli amici non mi è mai pesato a tal punto da spingermi a tirarmi indietro. Ho sempre preso dei buoni voti, a parte in qualche esame studiato negli spogliatoi durante la preparazione per i campionati europei... I miei compagni di allenamento mi hanno sempre ammirata per questo mio dupice sogno ma sfortunatamente pochissimi di loro ci hanno creduto o l’hanno condiviso con me. Nel frattempo mi sto interrogando sul mio futuro. Cosa voglio fare nella mia vita? Del resto, lo sport non dura per sempre, soprattutto quando si parla di carriere in sport estremi come il pattinaggio artistico e la ginnastica, dove il fisico viene spremuto e sfruttato al massimo fin da età molto giovani. Io ho trovato la mia strada e ho deciso di fare un master all’estero in Management Internazionale: un programma molto interessante di due-tre anni in una delle migliori università europee. Le ammissioni non sono semplici, ho iniziato a studiare per un esame di economia e logica in inglese, che mi permetterà di poter accedere a questi corsi molto impegnativi. So che per intraprendere un progetto universitario di tale livello dovrò abbandonare la mia carriera sportiva. Per via delle tempistiche (che escludono gli studenti che si siano laureati a più di un anno dall’immatricolazione al master) e per la mole di studio e lavoro che dovrò affrontare. Mi dispiace e so che passerò un momento difficile, poiché il pattinaggio ha sempre fatto parte della mia vita. Ma ho maturato questo desiderio di cambiamento e ho accettato questo mio “nuovo sogno”. Non voglio aspettare e dover accantornare per sempre il mio lavoro dei sogni. Voglio diventare una manager di alto livello e farò di tutto per riuscirci perché sento di avere le carte in regola per fare una bella carriera nel mondo del lavoro. So benissimo che si tratta di un mondo difficile, ma non mi fa paura. Lo sport mi ha costruito una corazza per lanciarmici con sicurezza. Ecco perché lo sport è davvero una palestra di vita: mi ha insegnato a ottimizzare i tempi, a organizzare il mio team di lavoro, a gestire le energie, a sopportare stress e responsabilità, a superare ingiustizie, a gestire le aspettative, a rendere conto del mio operato sia che si trattasse di una vittoria che di una sconfitta. Ho superato brutti infortuni e periodi difficili dove tanto lavoro sembrava essere stato spercato, ma non mi sono mai arresa e ho imparato a trasmettere sicurezza anche quando avevo le gambe che mi tremavano. Ho imparato a sorridere davanti a platee e giudici anche quando dentro mi sentivo morire. Ho lavorato con team di psicologi sportivi che prima delle prove di coppa del mondo mi hanno insegnato ad affrontare le telecamere, che da minacce sono diventate opportunità. Ho gareggiato in tutta Europa e mi sono allenata per diversi mesi negli Stati Uniti. Ho imparato come accattivare platee di diverse nazioni e a relazionarmi con persone provenienti da tutto in mondo, sia che fossero rivali, sia che fossero giudici oppure fan. Dalla ragazzina che per timidezza estrema faticava a chiedere il conto al cameriere sono diventata la ragazza che negli ultimi anni, da sola, entrava al centro della pista a rappresentare la sua nazione davanti a migliaia di persone. È per questo motivo che mi sento di incoraggiare i ragazzini di oggi a intraprendere un percoso sportivo ad alto livello, a dedicarsi con passione a qualcosa di sano e che cambierà profondamente il loro carattere, rinforzandolo. Date del fuoco da ardere alle vostre ambizioni, perché anche quando i vostri obiettivi cambieranno, quella fiamma sarà sempre accesa. Brucerà altra legna, riscalderà qualcos’altro ma sarà il motore che vi farà scalare nuove vette. Ho solo 23 anni, ma so che per diventare la donna che voglio essere in futuro devo incominciare ora. Sapevo che questa sarebbe stata la mia ultima stagione agonistica e che in estate mi sarei trasferita in una nuova città per i prossimi anni, probabilmente Parigi, Londra oppure Copenaghen, a seconda dell’esito delle ammissioni. Mi sono allenata molto la scorsa estate ed ero pronta a godermi la stagione e a dare il massimo nelle gare in programma. Sfortunatamente le cose sono andate diversamente, mi sono infortunata e mi sono dovuta fermare. Ho fatto di tutto per cercare di accorciare i tempi di guarigione ma purtoppo con scarsi miglioramenti. La mia lesione si è cicatrizzata da poco e negli ultimi allenamenti mi sono resa conto di quanto il periodo di fermo avesse inciso sulla mia forma. Le fitte molto forti che ho sentito all’arrivo dei miei tripli mi hanno lanciato un campanello d’allarme. Nonostate abbia ricominciato con tutte le precauzioni e rispettando i tempi dei medici, so che dovrei ricominciare con ancora più calma. Perché i tessuti si sono indeboliti e accorciati. I tempi però scarseggiano. Le gare che mi interessavano sono alle porte e non voglio prendervi parte con metà del mio bagaglio tecnico e con la paura di sentire male ogni volta che salto. Indubbiamente ho la possibilità di tornare al massimo della mia forma, ma con prospettive di recupero molto più lunghe. Ma avendo un limite temporale per via del mio percorso di studi, i due progetti non conciliano più. Lascio così la mia carriera di pattinatrice e mi dedico ad altro. Mi dedico al mio nuovo sogno, ai miei progetti per il futuro e non vedo l’ora di partire per questa nuova avventura. Ci metterò la stessa passione e lo stesso impegno che ci ho messo nel pattinaggio e tra qualche anno vi farò sapere com’è andata. Auguro il meglio al futuro del pattinaggio italiano e ai miei compagni di squadra che continuerò a seguire e ad incoraggiare. Chiedo infine alla Federazione Italiana di coltivare i giovani talenti. Di essere più presente durante gli allenamenti quotidiani. Di organizzare nel limite del possibile degli incontri che aiutino i ragazzi a confrontare le proprie esperienze. Io, in 8 anni di nazionale, ho preso parte ad un solo raduno, l’unico mai organizzato negli ultimi anni. Questo percorso è un’esperienza fantastica, ma anche molto difficile. Sentirsi parte di un team, fare squadra, sentire l’appoggio di persone con più esperienza, non può che aiutare. Il confronto quotidiano con ragazzi che condividono lo stesso sogno e fanno gli stessi sacrifici è, secondo me, di estrema importanza. Sapere di gareggiare per se stessi, ma in nome di un “team Italia” che si riesce ad immaginare perché si è conosciuto di persona, credo che sarebbe tutta un’altra cosa. Infine ringrazio i miei allenatori che hanno sempre creduto in me e mi hanno aiutata a realizzare i miei sogni sul ghiaccio. Ringrazio Cristina Mauri, Raffaella Cazzaniga, Corrado Giordani, Mirco Botta, Pierre Trente, Fabio Mascarello e tutti quelli che hanno lavorato con me dietro le quinte. Last but not least, la mia famiglia, che ha fatto tanti sacrifici per farmi volare sul ghiaccio, conquistare le mie vette e diventare la ragazza ambiziosa e determinata che sono oggi. Grazie, Francesca.

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