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Valmalenco Ultratrail: passione e sacrificio penetrano più in profondità della pioggia

Quando lo spirito di un trailer è più forte del maltempo: il racconto di un lungo viaggio

di STEFANO GATTI
Valmalenco Ultratrail: passione e sacrificio penetrano più in profondità della pioggia

Prima ancora di offrirti tè, sali e biscotti, al ristoro il volontario ti squadra da capo a piedi mentre ti avvicini e, appena sei davanti a lui, ti fissa dritto negli occhi: “Tutto bene?”. L’interesse è lecito, una forma di attenzione per nulla … formale. Ti fa sentire protetto come e forse più del dispositivo gps che il tuo compagno di squadra ti ha frettolosamente infilato nello zainetto al cambio staffette. Permette alla cabina di regia della corsa di localizzarti più o meno dappertutto in mezzo alle montagne ed ai tuoi amici di seguire la tua corsa (vabbeh, il tuo cammino), e così venire a prelevarti all’appuntamento con Andrea V., terzo e decisivo frazionista dello Sky Team Ventina.

Eppure quella domanda suona superflua. Ma come tutto bene? Certo che sì. Aspetto esteriore a parte, mi sento in paradiso: sto correndo - con moderazione - su per il pendio nella luce incerta dell’alba, poi giù a perdifiato nella foresta umida e profumata, sto praticamente gattonando sulle pietraie più ripide. Butto giù il tè caldo (la bocca dello stomaco è attualmente chiusa anche per una sola manciata di uvetta, ma questa la pagherò …) e riparto. Tra i ricordi più vivi della VUT (Valmalenco Ultra Trail), questo è uno dei più vividi ma non il più acuto.

Per rintracciare quest’ultimo tocca tornare un paio d’ore prima, nel cuore della notte. Ci avviamo in auto sui tornanti verso Chiareggio, dove prenderò il testimone (anzi la scatolina del gps) da Andrea A. La Polizia Locale ci ferma e ci avvisa di fare attenzione: la pioggia incessante ha costretto gli organizzatori a deviare la corsa per qualche centinaio di metri sull’asfalto, allo scopo di evitare un piccolo smottamento sul sentiero. Ripartiamo e li troviamo subito. Arrancano sotto il diluvio spingendo sui bastoncini. Da soli o in piccoli gruppi: martellati dall’acqua torrenziale da quasi quattro ore. Sembrano fastasmi, bellissimi fantasmi, versione moderna dei cavalieri dannati delle fiabe alpine, raccontate dai nonni ai nipotini davanti al caminetto. Anime in pena costrette sfidarsi eternamente, notte dopo notte, nel gelo delle alte quote. Le scintille delle loro spade come lampi del temporale.

Oggi invece i lampi sono veri e preannunciano altri scrosci. Dopo pochi minuti dal mio via raggiungo Graziana, avviata a vincere la gara individuale tra le donne. Procede spedita, tallonata dal suo accompagnatore che non la mollerà fino al traguardo. Ci metto un po’ a decidere di saltarli. Nella sua mise da “Cappuccetto Rosso”, Graziana ha il passo felpato di un lupo. Anzi di Brenin, il lupo del filosofo statunitense Mark Rowlands: “Posso ancora vederlo: il lupo spettrale nella foschia del primo mattino dell'Alabama, che scivola senza sforzo sul terreno, silenzioso, fluido e sereno”. Ormai è giorno fatto quando mi imbatto in un concorrente della gara individuale. Lui è in marcia da mezzanotte, io sono ancora relativamente fresco. Lo seguo per un po’ e quando il sentiero si allarga, lo affianco e lo supero. Nelle ultramaratone, ho scoperto, non ci si saluta semplicemente con un semplice “ciao”. Come minimo si aggiunge un “bravo”. Ed è tutto quello che serve. Non un banale “dai, non mollare”. Bravo e basta.

Di nuovo in discesa: si riprende a correre lungo un tratto un po’ insidioso, vegliati da un paio di guide alpine che – come ci avevano detto al briefing pre-gara - avrebbero presidiato quel passaggio. L’alba è livida, gli sprazzi di sereno dalle parti del Disgrazia si richiuderanno presto: sono le cosiddette “schiarite d’acqua” che, mi hanno insegnato, preannunciano altra pioggia. Intanto, all’acqua che mi è caduta in testa fino a pochi minuti fa, si è sostituita quella che, colando giù per i pendii fradici, prende inesorabilmente la via più breve verso valle: il sentiero! Poco male nelle discese, ma quando arrivo alla salita successiva, pare di essere salmoni che risalgono la corrente …

Ormai il cambio staffetta è vicino, lo raggiungo in meno di un’altra ora di sentiero e mulattiera. Ai piedi dell’ultima rampa verso il rifugio trovo l’amico Dino (lui pure in gara con le staffette, sta aspettando il suo cambio). Si mette a correre davanti a me, mi fa da punto di riferimento, mi offre le vitamine e si fa da parte in vista del rifugio. Lì trovo il mio compagno di squadra, gli sistemo il gps nella cintura, faccio per dirgli che ci rivedremo al traguardo, per fare festa. Ma, giustamente, è già scappato via. Intanto le tracce degli ultrarunners continuano a premere sul terreno. Passione e spirito di sacrificio penetrano in profondità, più della pioggia, in attesa di riemergere in superficie tra dodici mesi, per la terza edizione della ultramaratona della Valmalenco. Come canterebbe Dinah Washington: "What a difference a day made Twenty-four little hours Brought the sun and the flowers Where there used to be rain".

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