Tifoso di giornata: vorrei tanto dire "Apperù"

Dopo avere ammirato il Marocco, sarebbe bello vedere un guizzo di orgoglio dai sudamericani, già eliminati. Con tanti rimpianti per Lapadula

di ANDREA SARONNI
Tifoso di giornata: vorrei tanto dire "Apperù"

Occasionale per occasionale, giusto dirigersi su chi, a questo Mondiale, è stato occasionale quanto me. Mi spiace sul serio che il Mondiale del fierissimo Perù sia durato 180 minuti. Sfiga e virus sottoporta con i danesi, sofferenza prima e mancanza di concretezza poi con i francesi, due bottarelle con prefisso 0-1 et voilà, già bruciato tra le dita il sospiratissimo ritorno al Mondiale, il termine di un esilio durato qualcosa come 36 anni. L'ultima volta degli andini in un anno a noi caro, 1982, e proprio loro furono uno dei rami sui binari che rischiarono di fare deragliare il trenino azzurro, ancora molto fragile in quel di Vigo. Era una roba seria, quel Perù là, che era stato presente per tre volte in quattro edizioni, e quando da ragazzini lo nominavi, il tono si faceva subito molto serio. Non il Brasile o l'Argentina, ok, ma dopo sì, il Perù, accidenti, il Perù, un po' l'equivalente dell'Uruguay dei giorni nostri.

Innanzitutto, era un mito - lo è ancora - la fantastica maglietta, una delle più belle del giro delle Nazionali. Bianca e diagonal rossa, la squadra di Subbuteo era un must e fa sorridere oggi il fatto che secondo i benefattori dell'umanità di Tunbridge Wells - sede del gioco più bello dell'universo mondo - tutti i calciatori peruviani erano di colore, così come quelli di tutte, dicasi tutte, le nazionali sudamericane prodotte negli anni '70: da qualche parte devo ancora avere l'Argentina tutta composta da neri, e ai giorni nostri è forse l'unica Nazionale - big europee comprese - dove non ve ne sono.

Poi, ovviamente, c'erano i nomi. Su tutti, Teofilo Cubillas, il più grande giocatore di quelle lande, qualcosa di molto vicino al fuoriclasse. Si rivelò segnando 5 gol nel 1970, spingendo il Perù ai quarti e spaventando il Brasile Maravilha di Pelè, Gerson, Rivelino & C., ma nel 1978 fu ancora più straordinario ripetendosi nel solo girone di qualificazione: per chi si è esaltato ieri sera al Trivelone di Quaresma, il consiglio è cercare su YouTube le immagini di Perù-Scozia e vedere a chi si è ispirato l'ex disperazione interista. E poi mise piede in campo anche nell'82, quando i suoi costrinsero all'1-1 l'Italia bearzottiana in un match in cui, per autentico sconforto, Rossi fu lasciato negli spogliatoi nell'intervallo, vuoto, impresentabile. Chi l'avrebbe mai detto, in quel momento.

Ci è mancato il Perù, non solo all'antico popolo del Subbuteo, e quando lo abbiamo finalmente ritrovato al Mondiale, si è visto che tutto sommato, tra Lima e le Ande, non è stata smarrita l'antica capacità artigiana di trattare un pallone. È mancato qualcosa soprattutto davanti, a dispetto del recupero da storie tese di capitan Guerrero, e vai a sapere se l'uomo del destino, l'erede di Cubillas, avrebbe potuto essere nientepopodimeno che Gianluca Lapadula, madre peruviana, corteggiato a due riprese dalla federazione sudamericana per vestire quella stupenda maglia del Subbuteo. Lapadula ha detto di no per italianità, preferisce l'azzurro (che peraltro ha già vestito): scelta rispettabilissima, ma peccato anche per lui. Nel Mondiale dove segnano persino i suoi ex compagni di sventure rossonere Niang e Honda, poteva vivere la congiunzione astrale che ha fatto diventare indimenticabili certi suoi omologhi del passato.

Oggi, con le valigie e i borsoni già pronti in albergo, il Perù saluta contro l'Australia e si può scommettere che non sarà un "prego si accomodi" ai Kangaroos, teoricamente ancora in corsa: non è degno della storia della Blanquirroja mollare un Mondiale a zero punti, e manco a uno se è per quello. Giocheranno per vincere, per l'orgoglio, per la loro gente, bellissima anche in Russia, per tirarci fuori dalla bocca, alla fine della partita, un "apperò" di ammirazione. "Apperù", ancora meglio, solo in questo caso. E arrivederci tra quattro anni, ragazzi.

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