Tifoso di giornata: vai Mo'

Oggi non si tifa per una squadra, o meglio: si tifa Egitto perché si tifa Salah, in nome di una favola che deve essere davvero a lieto fine

di ANDREA SARONNI
Tifoso di giornata: vai Mo'

Oggi si esce un filino dal seminato, l’occasionalità viene riservata a un giocatore e non a una squadra. Perché dell’Egitto – detto con simpatia – in questo momento non ci frega tantissimo. Ci frega invece di Mohamed Salah, che abbiamo lasciato in lacrime a Kiev, finale di Champions League, dopo l’ippon del più grande judoka spagnolo, Sergio Ramos. Arrivederci spalla e, soprattutto, quel possibile Addio Mondiale: una Nazione privata della sua stella a tre settimane dal Mondiale, e già questo era pesante, ma davanti a qualsiasi altra cosa la colossale ingiustizia per lui, Mo, appena entrato a botte di gol nel riservatissimo privé frequentato in genere da Cristiano Ronaldo,e Messi (quello versione Barça, ça va sans dire) e Neymar.

Facendo finta di niente, c’è stato più di un giorno in cui cazzeggiando su web & social andavo a cercare aggiornamenti sul suo recupero, ce la fa, non ce la fa, per quale partita ce la farà. Il tutto poi, pensavo, in pieno periodo di Ramadan, quindi senza la possibilità di avere le mani completamente libere sull’impostazione di una giornata di lavoro fisico. Però, dai, alla fine è andata bene, e bene ha fatto Hector Cùper (strano) a non rischiarlo contro altri elementi che hanno abitudini alla Sergio Ramos quali Godìn e Caceres: tanto stavano portando a casa un buon pareggio, poi è finita come è finita nel rispetto del classico copione cùperiano. Contro la Russia, Salah comincia il suo mondiale e ha solo 180 minuti per fare in modo che consti almeno del minimo sindacale di tre partite come da progetto. Sarebbe una impresa bella, trasformabile addirittura in grande o leggendaria a seconda di quanto in avanti riuscirà a spingersi l’Egitto, e di quanto, in questa eventuale scalata, sarà il contributo di Mo, già virtualmente collocato dai suoi connazionali tra Ramsete e Nefertiti dopo il rigore che ha sigillato la storica qualificazione ai Mondiali.

E’ da tanto, anzi, da sempre – forse – che il Mondiale aspetta che l’Africa si palesi in qualche modo, collettivo o singoli: in principio furono il Camerun e Roger Milla, i Leoni Indomabili e tutta quella retorica ancora molto condita da folklore (altrui). Poi, nel cuore degli anni ’90 sembrava che la scalata sulla vetta del globo da parte di una squadra subsahariana (vedi alla voce Nigeria) fosse ormai parte di un destino ineluttabile, e invece. L’invalicabile scoglio dei quarti di finale. Occasioni buttate via con incredibile sventatezza (i nigeriani con noi nel ’94, il Ghana con l’Uruguay nel 2010), la sensazione prima e la certezza poi delle perenni incompiute: e questo vale anche per i protagonisti diretti. Weah non ha mai avuto una chance, ok: ma i vari Drogba, Essien, Eto’o, Yaya Touré e compagnia sì, e non l’hanno mai sfruttata fino in fondo, non hanno lasciato il segno che ci si aspettava, la loro leadership e il grande rendimento nel calcio europeo di primissimo livello non ha funzionato da indotto per le loro squadre.

Sarebbe molto bello, e importante, se Salah si collocasse oltre, se utilizzasse il vento del recupero in tempi record, della gioia per un Mondiale conquistato, perso e riconquistato per fare decollare, insieme al suo Egitto, anche il calcio africano, tornato in un limbo assoluto. Anche qui hanno cominciato male, la Nigeria impalpabile, il Marocco steccato persino dall’Iran, vedremo il Senegal di fronte alla quadratissima Polonia. Se queste sono le premesse della futura maxiformula a 48 squadre, stiamo freschi. E allora, il motto di oggi, lo rubiamo al grande Pino Daniele: Vai Mo’, vola, segna e sogna. Colora ancora di più questo Mondiale, dimostra che c’è vita oltre Cristiano Ronaldo. E occhio alle spallate, i russi sono grossi.

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