Tifoso di giornata: con calma, Panama

Ce ne hanno messo di tempo per organizzarsi: per giocare, non solo per arrivare ai Mondiali. Ma ora sognano gloria e alcol

di ANDREA SARONNI
Tifoso di giornata: con calma, Panama

"Oh mamacita Panama dov'è/Ora che siamo in mare/All'orizzonte ottico non c'è/ Si dovrà pur vedere". Ed eccola qua Panama, finalmente la vediamo. E la tifiamo, oggi sicuro. Una Panama molto diversa da quella evocata da Ivano Fossati in quella lontana canzone dove parlava di party con la pistola ed erba da fumare. È una Panama ridente, felix, la Panama del pallone che oggi per la prima volta gioca in mondovisione dopo una vita passata nel mucchio smisurato e nemmeno troppo selvaggio delle Nazioni perennemente ancorate al marasma delle qualificazioni, quelle che alla fine forniscono il numero buono per i rigonfiamenti di petto dei capoccioni della Fifa.

Panama perse il primo tram addirittura nel 1930, invitata (forse per disperazione) dall'Uruguay alla prima Coppa qualcosa come otto anni prima di giocare la prima partita considerata ufficiale. Non sapevano neanche come mettersi insieme, i prodi ragazzi del Canale, ci sono riusciti un fottìo di anni dopo, la prima partita per la possibile patente mondiale l'hanno giocata nel 1976. Quarantadue annetti che non sono comunque pochissimi: e in tutto questo tempo, di notizie sulla Panama pallonara ne arrivavano pochine assai. Da quel segmento in mezzo alle due Americhe, nei pochi spazi lasciati dal duo Stati Uniti-Messico, ci sono pervenuti altri passanti, l'Honduras, El Salvador che ne prende 10 dall'Ungheria a Spagna ’82, le caraibiche Giamaica e Haiti. Trinidad e Tobago. Ripetiamo, Trinidad e Tobago.

Nel frattempo, i panamensi facevano fatica a organizzare anche una lega interna: il traguardo fu tagliato solo nel 1988 anche per l'impulso decisivo di Giancarlo Gronchi, toscano, uno delle miriadi di italiani che ha avuto il coraggio di sradicarsi per realizzare cose belle in altri mondi. A Panama, alla fine degli anni ’60, ha avuto l’idea di fondare la squadra di calcio della sua azienda di pellame e di vestirla con i colori della lontana e amata Juventus, bianconeri, strisce verticali. Peccato solo che la ditta si chiamasse Tauro, Toro, con lo sbuffante vicino del simbolo decorato dei colori più odiati dai granata: la fusione più improbabile del mondo. Gronchi, intanto, creò la Lega e ha lasciò tutto in mano locali. E ha funzionato, se è vero come è vero che il Tauro – come la Juve – è il team con più titoli nazionali in bacheca. Insomma, figurati se anche stavolta non c’era di mezzo un italiano: li tiferò per questo e per il gusto di non conoscere uno che sia uno dei pedatori che scenderanno in campo contro il Belgio, che al contrario conosciamo fin troppo bene. Era ora che si facessero vedere, soprattutto per consentirci di mettere la bandierina di voyeur calcistici anche su quel Paese tutto particolare, spaccato in due artificialmente, da sempre tributario, amico/nemico degli States, rifugio per soldini non molto lindi (vedi alla voce Panama Papers), passato per regimi non proprio gestiti a latte e biscotti: il nome Noriega dice qualcosa? Ma ora, oggi, Panama è un Paese felice pronto a esplodere di gioia per un pallone, come successo ad altre millanta Nazioni del mondo mentre loro, laggiù nel Paese dei tropici, sospiravano davanti alla tv. Da paradiso fiscale a paradiso della pelota: mica male come sogno. E poi, come si fa a non schierarsi per un c.t. che promette di farsi una bottiglia intera di vodka in caso di qualificazione? Noi avremmo dovuto fare lo stesso lo scorso novembre, al posto di berci un sacco di fregnacce e parole inutili. Alè Panama, benvenuta al mondo, ti aspettiamo al bancone del bar.

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