Mondiali 2018 - Tifoso di giornata: di riffa o di Rafa, Marquez

Il Messico può proseguire sulla strada dei sogni: e io tifo per il suo capitano dei record, calciatore vincente e di alta qualità sempre rimasto fuori dai titoloni

di ANDREA SARONNI (@Andysaro)
Mondiali 2018 - Tifoso di giornata: di riffa o di Rafa, Marquez

Il nuovo millennio non è neanche più tanto nuovo - 18 anni - e al Mondiale c’è chi ancora sta portando la fiaccola di quello precedente. Si chiama Rafael Marquez Alvarez, per il popolone globale del calcio Rafa Marquez, è il capitano nonché simbolo vivente della Nazionale messicana, anche chi non vive proprio attaccato a un pallone lo conosce. Ci gioca dal remoto 1997, sono ventuno anni. E’ stato un pezzo importante del Barcellona, dove ha giocato sette anni e vinto due Coppe dei Campioni, risultando uno dei “ponti” tra l’epoca di Rijkaard e il Guardiolismo; prima ancora aveva fatto bene al Monaco e poi, già un po’ avanti con gli anni, è passato anche al Verona, un campionato e mezzo, una quarantina di partite tutto compreso.

Un signor giocatore, “El Kaiser de Michoacan”, una specie di Beckenbauer, come da soprannome. Un difensore centrale coi piedi assai ben calibrati, che lo hanno portato anche a coprire a Barcellona la posizione di mediano centrale, piazzato davanti alla retroguardia. In tutto questo – e ci mancherebbe altro – Marquez è diventato il migliore, il leader di una Nazione che pur senza mai trovare il do di petto in un Mondiale (non si dice vincere, si dice una semifinale, un quarto di quelli super tirati: il Messico ci è arrivato casualmente solo nelle due edizioni in cui era padrone di casa), è sempre risultata una presenza fissa, una squadra di livello dignitoso quando non ottimo. E grazie a questa continuità, e alla sua personale longevità, Rafa è diventato un uomo da record: la capatina in campo finale contro la Germania non è servita solo a prendere parte al trionfo Tricolor, ma ad eguagliare il connazionale Antonio Carbajal e Lothar Matthaeus. Cinque Mondiali giocati, dal 2002 ad oggi, e mannaggia a quel buco intercorso tra il suo esordio da 19enne e l’innesto in pianta stabile in squadra, avvenuto nel 1999, altrimenti staremmo parlando di un primato solitario, sei Coppe del Mondo, quasi un terzo di quelle disputate in tutta la storia. Insomma, il concetto è che vita e opere di Rafael Marquez, tra presenti e trapassati, le possono vantare veramente in pochi: eppure non è un calciatore mainstream, uno che passa universalmente per essere una leggenda a livello globale, lo è nel suo Paese, punto e basta.

Lo è al punto che il Messico ha sfidato gli Stati Uniti per portarlo al Mondiale russo: altro che la questione dei migranti e del muro, gli Usa hanno accusato Marquez di riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di droga attraverso sue società e fondazioni e la Federazione ha dovuto architettare un complesso sistema di “allontanamento” del capitano – a causa delle leggi americane su chi finisce nelle “blacklist” - da qualsiasi forma che coinvolga marchi americani o preveda compensi in dollari: in rete, potete agevolmente trovare le recentissime foto di Rafa che si allena con una maglietta “pulita” mentre i compagni sfoggiano la scritta più yankee che c’è, Coca-Cola. Non può prendere aerei di compagnie statunitensi, essere intervistato in campo con sfondo di sponsor statunitensi, non può avere una sponda statunitense nemmeno per sbaglio. Presente, ma in libertà condizionata, praticamente: Marquez si professa innocente, e ha buttato in piedi una battaglia legale di quelle pesanti per riottenere diritti e buon nome. Istintivamente gli crediamo, e in attesa della luce della giustizia, facciamo il tifo per lui, e di sponda anche per il Messico. Innanzitutto oggi, perché due o tre gol alla Corea del Sud, che mai si potrà osservare con buoni sentimenti, fanno sempre bene all’umore. E poi anche a lunga gittata. A 39 anni, pur credendo indefessamente nei miracoli, è ovvio che sia l’ultimo giro: sarebbe giusto che il mondo, tutto, si accorgesse di Marquez, il Kaiser con un palmarés lungo così che insegue il meglio proprio all’ultimo. Più o meno la storia di Buffon, fosse stata presente l’Italia. Immaginatevi la retorica che avrebbe aleggiato nel caso: dai, prendiamone un pezzettino solo e regaliamola a Rafa, el Gran Capitàn.

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