Tifoso di giornata - Ieri il Maestro, oggi un "Maestrino"

Con l’emozione di Tabarez ancora addosso, occhi sulla Croazia, su Luka Modric e sulla grande occasione di essere il primo dei tanti fuoriclasse croati ad arrivare fino in fondo

di ANDREA SARONNI (@andysaro)
Tifoso di giornata - Ieri il Maestro, oggi un "Maestrino"

Tanto per cominciare, devo dopo la giornata straordinaria di ieri, una delle più emozionanti in assoluto delle ultime edizioni dei Mondiali, fare l’occasionale sarà ancora di più una questione giornaliera. Perché come moltissimi italiani – social docet - l’adozione definitiva è quella dell’Uruguay, in cui si sono stagliate definitivamente le figure dei due personaggi più cazzuti di Russia 2018: il Maestro, Oscar Tabarez e il Matador, Edinson Cavani, i campioni di uno slalom parallelo tra i paletti molto diversi dell’esultanza e della sofferenza. Immagini come quella dell’uscita di scena dell’ex Napoli – dolorante, sorretto dal “nemico” CR7 – e quelle degli ultimi secondi di partita del tecnico, sorretto a stento dall’ormai compagna stampella, ma terribilmente “dentro” il match, alla guida dei suoi uomini in campo e in panchina, rimarranno nell’album di questa Coppa del Mondo, e probabilmente anche oltre.

Aspettando entrambi (con poche speranze, purtroppo, per Cavani) venerdì prossimo nella nuova sfida, oggi ci dirottiamo su un “Maestrino” pronto ad assumere la carica di Maestro del pallone – calciato, in questo caso – come Tabarez, o ancora meglio come Andrea Pirlo. Luka Modric veleggia ormai verso i 33, sinonimo fino a qualche tempo fa di decadimento sicuro, di confine magari già superato della pensione della pelota; ora (ma non ditelo alla Fornero, per carità), l’allungamento della vita anche sportiva, la preparazione scientifica che ti consente di mantenerti al top hanno trasformato questa soglia in quella della cosiddetta “maturità”, virtù che nel biondo cervello della bellissima Croazia, esonda. Questo piccolo Paese – lo ricordiamo, 4 milioni e spicci di abitanti, non è manco un Lazio, una Lombardia – ha prodotto quintali di campioni in pressoché tutti gli sport di squadra, viene istintivo dire solo un nome che purtroppo non si pronuncia più molto, Drazen Petrovic, il grandissimo e sfortunato Mozart del basket. Un genio assoluto, e di geni così, - va beh, magari non proprio così – il calcio croato ed ex-jugoslavo in generale ne ha prodotti molti: poi però, alla resa dei conti, il finale delle canzoni eseguite nei festival mondiali o europei è sempre stato lo stesso, e non è stato un finale di vittoria. La perenne incompiuta, oppure come dice quel detto, la squadra che ha spesso fatto 30, ma mai 31, tra delusioni cocenti, occasioni d’oro buttate via oppure, esattamente al contrario, figuracce in cui le divisioni interne o l’indolenza generale la facevano da padrone. Ma da qualche tempo a questa parte, e soprattutto da quando è stato fischiato l’inizio di questo Mondiale, la faccia della Croazia è molto cambiata: molta compattezza, altrettanta tecnica, poca (o niente) sregolatezza e per quanto riguarda il genio, ok, date la palla a Modric, che non segna come Ronaldo, non sprinta come Mbappé, non dribbla come Messi, ma pensa e agisce, sa sempre cosa fare, e la sfera fa quello che vuole lui, va dove vuole lui, e intorno gli altri – tutto meno che orfanelli del pallone – girano che è una meraviglia.

La luminosa galassia degli anarchici croati ha un centro di gravità permanente, e stai a vedere che sulla leva Modric, la piccola Croazia riesca a sollevare il mondo. Il primo strappo è oggi con la Danimarca, apparentemente è un peso leggero, ma questa era proprio la categoria di partite in cui i cari vecchi jugoslavi (e i molti croati che erano nelle loro fila) si incartavano: ma io ho fiducia nel Maestrino ormai Maestro. E se riesce a sollevare la Coppa dorata, passa direttamente allo status di Professore Emerito. A me, non dispiacerebbe affatto. Auguri, Luka.

Incornato una domenica di tardo autunno dal Toro di Sora, Pasquale Luiso, e da una rovesciata tanto bella quanto episodica, lui inquadrato a bordo campo con lo sguardo marmoreo. La panchina era quella del Milan, mica pizza e fichi, in quegli anni: la grandissima occasione, insomma. Venne accompagnato alla porta di Milanello, ai tempi una sorta di Golden Gate. Tra critiche, ironie che in qualche caso scendevano fino allo scherno. Visto? Come si può pensare di dare un seguito all’opera e al gesto del Mahatma Sacchi, e ancora del Colonnello Capello, con un Professore, silente, austero, che ti immagini giù a Montevideo, sull’estuario, un libro in mano. Tabarez scomparì dai nostri schermi e via, stop, solo un velocissimo e amaro passaggio a Cagliari, nell’isola che per un po’ fu felice. Monoscopio fino al 2006: poi, ha cominciato a riemergere una volta ogni quattro anni. La solita figura distinta, i modi compassati dell’intellettuale sudamericano stavolta al posto giusto, la panchina della Nazionale uruguaiana, e al momento giusto, i Mondiali. Li aveva già vissuti nel 1990, nelle nostre lande, se vi ricordate li segammo noi, Totò e Aldo Serena: e poi, dal 2010, un classico del football, la Celeste, la sua garra mitigata in qualche maniera dal gentiluomo sulla panca. Una semifinale, e un quarto posto al primo giro; un ottavo di finale così così, ma con un cadavere eccellente – noi – nella sacca quattro anni dopo. In mezzo, come se fosse una cosa normale, la Coppa America del 2011. Ora, la Russia, il 2018, la puntualità dell’Uruguay, la quarta volta di Tabarez, privilegio ma una figura diversa al bordo del campo.

Sempre distinta, sì, ma il volto è scavato, improvvisamente invecchiato, il gesto sofferto, quella stampella appoggiata alla panchina, pronta all’uso. Tra un Mondiale e l’altro, il Maestro si è ammalato, è una neuropatia di quelle carogne, “periferica”, recita la terminologia ufficiale, e significa che poco a poco si prenderà la mobilità degli arti. Ma il Maestro, sorprendendo chi lo ha sempre visto e letto come figura morbida, distaccata, lotta come uno dei mille mediani ringhianti della lunga e gloriosa storia della Celeste: e come dice quella canzone, finché ne ha, sta lì, nel mezzo del Mondiale, nel mezzo del sogno di una Nazione che per l’ennesima volta riprova la scalata a quei traguardi colti quando il calcio, i “tituli”, la gloria erano roba per pochi. Davanti, il magnifico Cristiano Ronaldo, per cui, ha detto Tabarez, “non perde il sonno”: è la sua filosofia da sempre, ed evidentemente – ce ne fosse mai stato bisogno – sa che i problemi sono altri. La sua salute, ma ancora prima – scommetteci – la sua squadra, il suo calcio, il suo Paese che lo ama. E che oggi sarà tutto lì, su quella panchina con la stampella appoggiata: visto che gli uruguagi non sono poi così tanti, chiedo il permesso di avere un posticino anch’io, e di stare vicino a Tabarez, con la speranza di sollevarlo in trionfo alla fine. Non deve fare sforzi, il Maestro, che magari il Mondiale è ancora lungo.

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