Tifoso di giornata - Croazia, e poi mai più

Schieramento obbligato per la finale per l'ultima occasionalità: ma che sia l'ultima-ultima, di Mondiale da neutrali ne abbiamo già abbastanza

di ANDREA SARONNI (@Andysaro)
Tifoso di giornata - Croazia, e poi mai più

Sono passato per Modric, per la Croazia squadra in nome della tradizione jugoslava, sono arrivato a esaltare la signora Kolinda Grabar, capo di Stato in versione ultras. Figuriamoci se oggi, nel giorno dei giorni, mollo Marione Mandzukic e i suoi sodali. Per gli intifabili francesi, poi. Ma va', neanche per idea. Vai Croazia, che magari con una tua vittoria qualche fesso nostalgico e sovranista dirà che una volta Fiume, Pola, Zara e le isole dalmate erano nostre e quindi è una vittoria italica, oppure qualche altra boiata colossale. Effetti molto collaterali di un mese mondiale senza l'Italia, presi per la giacchetta del tifo senza il collante della nostra squadra siamo riusciti quasi ad accapigliarci in nome degli altri tirando dentro pure la politica, il costume, rivalità, liste nere (e anche in questa sede sono saltate fuori, vedi alla voce Francia). Divertente, per una volta. Però, fatta questa esperienza, presa questa indesiderata vacanza dai Mondiali, anche basta.

E' stato comunque bello, anzi bellissimo, quel tale dice che nella vita bisogna provare tutto e abbiamo provato anche questa, ma l'eccezione può essere retta in quanto tale, se diventa una regola, buonanotte. Dall’attimo seguente il fischio finale di Pitana a Mosca, bisogna rientrare nei ranghi e tifare per la nostra squadra e per il suo freschissimo Commissario Tecnico. Mai più senza, a cominciare da Qatar 2022. Già sarà un Mondiale innaturale, che ribalterà comunque il nostro immaginario, i nostri piccoli riti quadriennali: grigliata e partita? Sì, ciao, al giorno dell'Immacolata o giù di lì; oppure, una bella partita pomeridiana alle 17 di fine novembre, fuori è già buio, e freddo. Se a ‘sta roba depressiva dovessimo aggiungere pure l'assenza dell'Italia sarebbe meglio trasformarsi in orsi e provare l'esperienza del letargo, stavolta. Infantino ha già buttato lì che potrebbe essere il primo Mondiale a 48 squadre – orrore – e se così sarà, per mancare l'appuntamento ci vorrà davvero la controimpresa più gigantesca di sempre della storia del calcio dello Stivale. Ottimismo, quindi, ma non troppo, prima toccare con mano già da settembre il lavoro del Mancio, e quindi sperare che nei prossimi due-tre anni maturino o esplodano certi talenti, che diventino giocatori veri, non rimangano mezze figure da giardino di casa. Speriamo, e aspettiamo.

Prima, un saluto e un ringraziamento a questo Mondiale che ha fatto di tutto per alleviare la nostra malinconia, per non fare pesare l'assenza: e rimarrà, eccome se rimarrà, con i rotoloni di Neymar e l'emicrania da inno di Messi, il gilet di Southgate e la stampella del Maestro Tabarez, il fotografo travolto di Croazia-Inghilterra, l'assist danzato di Mbappé, il tiro dei sogni di Pavard e Nacho, le lacrime di Gimenez in barriera perché capisce che è davvero finita. Un torrente di emozioni che sfocia oggi in una finale che ne produrrà di grandi, che sarà degna in quanto sicuramente giusta, meritata da entrambe le squadre e meritata soprattutto dal grande Sandro Piccinini, che ce la racconterà in quel suo modo unico e straordinario – anzi: ‘ccezzionale – mettendo la sua voce anche sulla partita più importante di tutte: poi, dopo 30 favolosi anni di calcio sulle nostre reti, ci saluterà e schiaccerà il tasto pausa. Specie per chi ha lavorato con lui, sarà un'emozione fortissima. Ma tutti, anche se presi dalla festa dei vincitori, non si scordino di dirgli un grazie grande così, e che lo aspettiamo al più presto e non importa dove. Perché se dopo l'Italia ci devono mancare anche le “sciabolate” e i “mucchi”, anche noi potremmo solo concludere amaramente che “non va". Grazie Sandro, e davvero ancora grazie, Russia 2018: da domani rimetto la maglia azzurra, e così sia.

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Andrea saronni

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