Croazia-Francia: la rivincita della cravatta

La finale di Russia 2018 porta con sé sensi di rivalsa vecchi di secoli. Che col calcio c’entrano poco o niente

di MAURIZIO PERRIELLO
Croazia-Francia: la rivincita della cravatta

Il 15 luglio 2018, allo stadio Luzhniki di Mosca, tenterà di conquistare la Coppa del Mondo una nazionale che fino al 1990 non è praticamente mai esistita: la Croazia. Qualche incontro l’aveva già disputato tra il 1940 e il 1944, quando sulle cartine geografiche compariva la dicitura Stato Indipendente di Croazia, prima dell’annessione da parte della Jugoslavia. Qualche vittoria, ma niente di che.

Il risultato più prestigioso i Vatreni – “focosi” in croato, a rimarcare lo spirito belluino con cui i calciatori affrontavano le sfide sul prato verde – lo avevano raggiunto vent’anni fa, ai Mondiali di Francia ’98. La nazionale di Boban, Suker, Vlaovic e Jarni aveva conquistato la semifinale battendo con un secco 3 a 0 la ben più blasonata Germania. Ma l’avversario che si trovarono di fronte era in uno stato di grazia totale, incorruttibile. Era l’anno dei francesi, quello. Fu la doppietta di una vecchia conoscenza del calcio italiano, Lilian Thuram, a eliminare i croati, che però si consolarono alla grande vincendo la finale per il 3° posto contro l’Olanda. Quando è un difensore a segnare due gol così importanti (e belli), c’è poco da fare. Vent’anni dopo la nazionale a scacchi ha però l’opportunità di rifarsi, e stavolta nella partita più importante di tutte. Ma ci sono sensi di rivalsa che di anni ne hanno un po’ di più, ci sono sensi di rivincita che si portano addosso il peso dei secoli. Quattro, per la precisione. Tondi tondi.

Nel 1618 il calcio non esisteva, la Francia era un grande regno e la Croazia faceva parte dell’Impero asburgico. Era l’anno dello scoppio della Guerra dei Trent’anni, che dilaniò l’Europa in un tutti contro tutti con una Germania disunita e frammentata da conflitti interni, una Francia multietnica e apparentemente imbattibile, una Svezia forte e agguerrita, una Svizzera presa di mira e devastata e una Danimarca sugli scudi. E con Italia e Olanda a fare da spettatrici (dopo essere state colpite al cuore, anche loro). I Mondiali 2018, in pratica.

Per difendere i propri confini, il Regno di Francia assoldò quelli che erano considerati tra i migliori soldati del Continente: i mercenari croati. Questi ultimi, oltre al coraggio e alla bravura in battaglia, passarono alla storia grazie a quello che all’epoca era considerato soltanto un “dettaglio”: l’abitudine di cingere il collo con piccoli foulard annodati, che solleticarono subito l’interesse dei raffinati parigini. I croati tra di loro si chiamavano hrvati, un toponimo che in francese si trasformò in cravate e che da allora indicò proprio quell’accessorio al quale l’odierno Stato di Croazia dedica addirittura una festa tutta sua, l’8 ottobre: il Giorno della Cravatta.

Quel foulard divenne popolare al punto da giungere nelle stanze reali di Luigi XIV. Il Re Sole ne rimase letteralmente stregato: dalla tenera età di sette anni iniziò a indossarne un modello in pizzo e istituì perfino la figura del “cravattiere”, un assistente incaricato esclusivamente alla corretta applicazione della cravatta attorno al collo del monarca. Ben presto l’accessorio divenne un oggetto di moda imprescindibile per la nobiltà francese, per poi divenire preda di una vera e propria mania in tutta Europa e, successivamente, nel mondo. Nel corso dei secoli si andò sempre più affermando come accessorio d’obbligo per ogni occasione o evento formale, simbolo di eleganza e prestigio sociale. Contemporaneamente, però, il ricordo dell’origine croata della cravatta svanì (quasi) del tutto, consegnando primato e merito alla Francia.

I ragazzi di Zlatko Dalic hanno ora l’opportunità di vendicarsi dell’affronto della cravatta. E poco importa se già i legionari romani fossero soliti indossare al collo strisce di stoffa colorata o se la cravatta comparve ben prima del 1618 su libri illustrati come quello di Cesare Vecellio sui costumi del mondo (Venezia, 1590) o addirittura in una ballata medievale intitolata Faite restraindre sa cravate (“Riannodate la sua cravatta”). Per noi la rivincita della cravatta è tutta croata. E, a proposito di corsi e ricorsi, vale la pena citare il nome dell’autore di quella ballata medievale. Un nome che dalla Francia (sì, proprio la Francia) del Trecento ci porta direttamente sul prato verde della finale mondiale, oltre seicento anni dopo: Eustache DESCHAMPS. E c’è chi continua a dire che è solo un gioco…

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