Gino Bartali, mio papà
Il figlio Andrea racconta il campione di ciclismo
SAVERIO GRIMALDI09/05/12

Difficile, difficilissimo raccontare Gino Bartali. Basta, però, pronunciarne il nome per evocare il ciclismo, quello vero. Quello di una volta, fatto di sfide vere ma genuine, come quella infinita ed esaltante con Fausto Coppi. Bartali è, insomma, un pezzo fondamentale di questo sport. Noi abbiamo intervistato il figlio Andrea per ha voluto mettere nero su bianco questa grande vicenda umana e sportiva.

Gino Bartali è stato a dir poco un mito del nostro ciclismo. Quale era l’aspetto che più colpiva di suo padre da un punto di vista strettamente sportivo?
Mio padre era un vero professionista del ciclismo nel senso che era ciclista 350 giorni all'anno. Si concedeva 15 gironi di relax l'anno nel periodo natalizio in concomitanza con le vacanze scolastiche. Io tornavo dal collegio, dove ero interno a tempo pieno, e mio padre lasciava la bici per risalirci il giorno dopo l'Epifania per riprendere gli allenamenti. Con qualsiasi tempo, ogni giorno usciva sempre più presto e rincasava sempre più tardi. La stagione ciclistica iniziava ufficialmente il 19 marzo, festa di S. Giuseppe, con la classica Milano-Sanremo e, fino a quella data, gradualmente ma molto gradualmente iniziava a riabituare il corpo agli sforzi di quella specialità. Era goloso del "lesso" che mangiava in grande quantità con tutte le salsine di cui era ghiottissimo ma che non poteva permetterselo quando correva perchè il lesso non ha sostanza. Il suo doping erano le bistecche alla fiorentina al sangue. Quando correva se ne mangiava anche due al giorno con montagne di verdura e frutta di stagione.
Che padre è stato Bartali?
Un padre molto premuroso e desideroso che in famiglia non mancasse niente. Si interessava sempre di come andavo a scuola e di come mi comportavo. Nonostante stesse via di casa per molto tempo, avevo la sensazione che potesse spuntare da un momento all'altro dalla porta anche perché, con gli spostamenti che faceva per partecipare alle corse, spesso faceva delle improvvisate con gran gioia di tutti noi. I cellulari, a quel tempo, non c'erano e i telefoni fissi non erano molto diffusi per cui il comunicare ed avvisare del proprio arrivo non era sempre agevole o semplice.
Vista con gli occhi di un bambino, come era la figura “gigantesca” di Bartali?
Da bambino la sua figura mi dava anche fastidio perché, quando andavo con lui, tutti i tifosi lo circondavano volendo sentire dalla sua viva voce il racconto delle sue imprese mentre a casa era assalito dai giornalisti e da alcuni amici più stretti tanto da costringere mia madre, al momento di andare a tavola, a buttarli fuori anche senza troppi complimenti. Mi sembrava, allora, che tutti mi "rubassero il mio papà" impedendogli di darmi quell'attenzione e affetto che tanto desideravo.
Cosa penserebbe Bartali del mondo del ciclismo di oggi, fatto di troppi scandali e di vittorie poi revocate?
Mio padre soleva dire che"... se la Natura e il Padreterno ti hanno dato un fisico con qualcosa in più degli altri, devi considerarlo un dono prezioso e come tale devi conservarlo con cura, senza sciuparlo, alrimenti è inutile averlo". Fuori metafora voleva dire che ognuno doveva e deve fare con i propri mezzi, senza trovare scorciatoie, altrimenti se si entra nel "giro" dopo non se ne esce più. Da qui nasce la corsa tra doping ed antidoping spingendo l'atleta a sperimentare sempre nuove soluzioni che,inevita bilmente, portano a scandali e squalifiche annullando anche vittorie importanti.
Cosa vuole trasmettere Andrea a chi leggerà questo volume?
Semplicemente la storia di un grande uomo che ha avuto una vita talmente intensa da non credere a quello che ha fatto e di come lo ha fatto. Secondo un suo calcolo per difetto ha pedalato per circa 700.000 km. Incalcolabili le ore passate in treno per gli spostamenti. Da quando attaccò la bici al classico chiodo nel '54, ogni anno percorreva in macchina circa 80.000 km. Era un uomo che non si arrendeva mai sorretto dalla sua incrollabile fede. Stava sempre dalla parte dei più deboli. Aiutava chi era in difficoltà. Spesso visitava sportivi ammalati od anziani ospitati in ospizi. Odiava le guerre. Durante l'ultimo conflitto, su suggerimento del Cardinale di Firenze Elia Dalla Costa, andò in clandestinità trasportando documenti falsi da Firenze a Genova e, dopo, da Firenze ad Assisi e viceversa per salvare perseguitati religiosi e politici. Alla memoria nel 2005 gli fu conferita dal Presidente Ciampi la medaglia d'oro al merito civile Tante cose ci sarebbero da dire. Molte e sconosciute fino ad oggi, le troverete sul mio libro dove ho raccontato un padre visto dall'interno della famiglia. Comunque mi ha sempre detto: "Ricordati di non abbassare mai le braccia".
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