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"Ma perché vanno all'indietro?"

Parretta e i giocatori della Nazionale, spiegano il rugby

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MAX CRISTINA

"Ma perché vanno all'indietro?"

Reduce dal Sei Nazioni più positivo della storia della nazionale azzurra, gli italiani hanno scoperto un amore viscerale per questo sport signorile, educato e a suo modo fuori dalla norma: il rugby. L'Olimpico di Roma sempre sold out, gli ascolti televisivi e il seguito sul web testimoniano l'attrazione per Parisse e compagni, in pochi però sono in grado di comprenderne a pieno il gioco. A provare a spiegarlo a tutti ci ha provato Roberto Parretta, autore de "Ma perché vanno all'indietro?", che in esclusiva a SportMediaset.it ha parlato del suo libro, scritto in collaborazione con i giocatori della Nazionale italiana.

Buongiorno Roberto. Partiamo dall'inizio, cosa possiamo trovare nel libro?
"Nel libro ci sono tutti gli azzurri protagonisti dell'ultimo 6 nazioni che, ruolo per ruolo, spiegano ai tifosi quali sono i loro compiti in campo, cosa devono e cosa non devono fare, perché giocano in quel ruolo, aneddoti personali. Da Castrogiovanni a Parisse, da Lo Cicero a Masi, Benvenuti, i fratelli Bergamasco, Gori e gli altri. Con qualche digressione: l'estremo è Gino Troiani, l'attuale team manager. Poi il ruolo del capitano spiegato da Marco Bortolami (il più giovane nella storia dell'Italia), quello dell'allenatore spiegato da Umberto Casellato (Mogliano), l'arbitro con Giulio De Santis (arbitro alla moviola dell'ultima finale dei Mondiali)".

E Brunel?
"Il nostro ct è nel capitolo "il gioco degli altri". Perchè per comprendere una partita bisogna anche prepararsi sull'avversario. Così brunel ci spiega la Francia, Massimo Cuttitta la Scozia (di cui è allenatore degli avanti), l'ex azzurro Paul Griffen i suoi All Blacks e così per tutte le big mondiali".

Come è nata questa idea?
"L'idea arriva dalle domande degli amici che non capiscono niente di rugby ma ai quali piace lo spirito, piace andare allo stadio per respirare un'atmosfera unica. Allora mi sono chiesto, perchè non istruirli? E gli azzurri, ai quali sono legato da un rapporto ormai lungo e consolidato, hanno tutti collaborato volentieri, scrivendo di proprio pugno i rispettivi capitoli. Il titolo è invece relativo alla domanda che si pone Flavia Pennetta quando è "costretta" dal suo fisioterapista a guardare le partite di rugby in tv. Così mi raccontò proprio lei recentemente mentre la intervistavo".

Qual è il suo rapporto con questo sport?
"E' un rapporto nato nel 1998 per il giornale sul quale iniziai a scrivere (ultime notizie) e che è cresciuto nel tempo assieme alle amicizie nate a bordo campo, con atleti e colleghi. Lavorarci è estremamente gratificante, perchè si ha a che fare (se parlo per esempio della nostra nazionale) con persone educate, disponibili, con le quali sono riuscito ad andare oltre il semplice rapporto che si crea fra giornalista e atleta. Se costruisci un'amicizia nel rugby, resta per sempre".

Qual è il suo augurio per il rugby?
"L'augurio per il rugby italiano è che si riesca a costruire una base sempre più larga e solida, di praticanti e di tifosi. L'Italia si confronta a livello internazionale con realtà che sono 100 anni avanti per esperienza e per investimenti. Spesso si dimenticano due fattori: in Italia lo sport non ha il necessario supporto economico che permetta di creare strutture; a scuola i ragazzi che fanno sport sono penalizzati dai professori e presidi, limitati da una mentalità ottusa e da una preparazione socio-culturale inadeguata, esattamente il contrario di quanto accade nei paesi angolassoni, dove il bravo studente deve necessariamente praticare sport".

Come giudica l'ultimo Sei Nazioni e la crescita di questo sport?
L'ultimo sei nazioni è stato il più positivo nella storia degli Azzurri, con due vittorie come nel 2007 (su Scozia e Galles), ma dalla qualità e dal coefficiente di difficoltà estremamente più alto (Francia e Irlanda). Si è visto un gioco nuovo che spinge gli azzurri a prendere l'iniziativa e osare. Merito di un allenatore che in poco tempo è riuscito a entrare nelle teste dei giocatori e inculcare loro la sua filosofia. E' francese e rispetto al predecessore (il sudafricano Nick Mallett) evidentemente più in sintonia con la nostra mentalità latina. Lo sport a livello altissimo propone una crescita inarrestabile, che tra l'altro ha proporrà il seven (il rugby a sette) alle olimpiadi di Rio. In italia si fa fatica a far decollare i campionati. Ma è un male comune di tutti gli sport così detti minori.

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