Motori: addio a Dan Gurney, campione e innovatore

Scomparso a 86 anni: è stato una leggenda dell'automobilismo americano e non solo

di STEFANO GATTI

Motori: addio a Dan Gurney, campione e innovatore

"Con un ultimo sorriso sul suo bel volto, Dan è partito verso l’ignoto oggi appena prima di mezzogiorno". Con queste parole ieri la famiglia di Dan Gurney ha annunciato la scomparsa di una delle leggende dell'automobilismo americano e non solo. All'età di ottantasei anni, Daniel Sexton Gurney si è arreso alle complicazioni di una polmonite.

Mario Andretti, tra i tanti che hanno voluto ricordarlo, lo ha definito la prima ispirazione della sua vita da pilota ma poi soprattutto un'ispirazione continua, fino all’ultimo giorno. E se Mario lo ha addirittura superato per fama e palmares, beh significa anche che l'esempio da imitare era di primissima qualità.

Impossibile ricordare tutti i successi messi in fila da Gurney nella sua carriera di pilota ma anche di team manager e costruttore. Si rischia di annacquarne il significato e la portata. Formula Uno, prototipi, Stock Cars, Indycars: sono le specialità nelle quali Gurney (nato a Port Jefferson, Stato di New York, il 13 aprile 1931) ed in seguito i piloti da lui ingaggiati hanno corso e spesso vinto.

87 i Gran Premi disputati da Gurney in Formula Uno tra il 1959 ed il 1970: dalla Ferrari dell’esordio alla Brabham passando per Porsche, BRM, McLaren fino alla Eagle, la monoposto di sua costruzione, con la quale Dan colse al Gran Premio del Belgio del 1967 la sua quarta ed ultima (soprattutto storica) vittoria nel Mondiale, praticamente a sigillo di un carriera nella massima formula culminata in due quarti posti nella classifica piloti: nel 1961 e nel 1965.

Nemmeno si possono dimenticare il clamoroso successo alla 24 Ore di Le Mans del 1967 (annata davvero d’oro per Gurney) al volante della Ford GT40 Mk IV divisa con AJ Foyt, un altro mostro sacro dell’automobilismo “Made in USA”. A titolo di curiosità fu proprio in quella occasione che Gurney inaugurò quella che oggi è una consuetudine: spruzzare lo champagne sul podio.

Oppure le vittorie ottenute alla 500 Miglia di Indianapolis dai piloti della sua scuderia (la All American Racers, denominazione patriottica almeno quanto il nome scelto da Gurney per le sue auto: Eagle, aquila) nonché i piazzamenti da lui stesso messi a segno nella grande classica dell’Indiana: secondo, secondo e terzo dal 1968 al 1970.

Uomo tutto d’un pezzo, deciso e determinato come non avrebbe potuto essere altrimenti, campione al volante e grande imprenditore delle corse, Dan Gurney è stato pure un innovatore, quasi un pioniere. Fu lui con la sua “White Letter” agli altri team manager di quella che chiamiamo Formula Indy, a convincere questi ultimi a ribellarsi allo strapotere della USAC per forzare lo “strappo” che diede vita alla CART.

Gurney fu anche uno dei primi piloti ad usare il casco integrale in Formula Uno e ad introdurre nelle corse automobilistiche il “Gurney Flap”, (noto anche come “wicker bill” e più recentemente “nolder”) una piccola appendice aerodinamica che, montata sul bordo d’uscita di un alettone ne aumenta la deportanza a fronte di un minimo incremento della resistenza aerodinamica. Tecnicismi, statistiche, vittorie e piazzamenti, curiosità: roba piccola verrebbe da dire, davanti alla “partenza verso l’ignoto” avvenuta poco prima di mezzogiorno di domenica 14 gennaio. Eppure anche questo (insieme a molto altro naturalmente) contribuisce oggi a restituirci la grandezza di Dan Gurney ed il senso del suo posto di primo piano nella storia delle corse automobilistiche: americane ma non solo.

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DAN GURNEY

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