Milan: dal Napoli all'Atalanta, quante occasioni perse

Quasi sempre in vantaggio, spesso ripreso: così Gattuso fa i conti con i punti lasciati per strada

È il Milan delle occasioni perdute, non fosse altro che le rimonte subite cominciano a essere troppe (due in quattro partite) e che qualche punticino in più, anche calendario alla mano, era lecito aspettarselo. Il problema sono i gol ma, a differenza di un anno fa quando la mancanza di un centravanti si sentiva sotto porta, quelli subiti. Tanti, troppi: 7 in quatto gare. Mai una partita senza che Donnarumma abbia dovuto raccogliere un pallone in fondo alla sua porta. Escluso il Dudelange, obiettivamente trascurabile, il Milan si è fatto infilare sempre: tre volte a Napoli, due contro l'Atalanta, una volta contro Cagliari e Roma. E Cagliari escluso, passando sempre in vantaggio.

Il problema, e in questo ha ragione Gattuso, è la tenuta psicologica per tutto l'arco della gara. È in parte il conto da pagare alla giovinezza di alcuni giocatori, in altra parte è una questione di concentrazione e carattere. Ogni volta che viene aggredito il Milan cede metri e, poi, crolla. Basta pochissimo: un pressing portato alto sull'avvio della manovra da parte dei difensori, ma anche, più banalmente, un ritmo alzato. Contro l'Atalanta è accaduto questo: un po' per disperazione, Gasperini ha modificato gli interpreti e alzato il baricentro, trasformando una partita già persa e strapersa - il primo tempo poteva tranquillamente finire 3-0 o 3-1 - in un pareggio al fotofinish. Solo buttando qualche pallone dentro l'area, dove Romagnoli e Musacchio, ma anche Donnarumma, diventano più fragili. C'è scarsa reattività sulle palle vaganti ed è tutta una questione di testa, di fame, di aggressività.

Fatto sta che i rossoneri hanno obiettivamente raccolto meno di quello che avrebbero potuto o dovuto, vincendo una sola volta ma, soprattutto, dando la sensazione di poter soffrire contro chiunque. Il paradosso è che si è diffusa un'idea secondo la quale il Milan potrebbe essere la vera anti-Juve. Un po' perché ha senza ombra di dubbio il miglior centravanti del campionato (Higuain, straordinario) e un po' perché fin che è in possesso palla riesce a comandare le partite con una certa tranquillità. È il non-possesso a essere drammatico anche se, perfino in costruzione, qualcosa andrebbe migliorato (la velocità di esecuzione, ad esempio, con qualche giocata di prima).

Il Milan ha una linea ben definita, è questa roba qui. Sa come giocare e dove giocare. Quel che non sa fare, o almeno non ha fatto fin qui, è gestire i diversi momenti delle partite. Non sa addormentarle quando l'avversario cresce in ritmo e aggressività, non sa velocizzarle quando c'è spazio in contropiede, non sa normalizzarle quando diventano emotive. È una squadra logica che patisce i minuti di "pancia" degli avversari. Solo che questi minuti ci sono e ci saranno sempre.

In questa necessità di crescere, di maturare, si inserisce anche Gattuso. Non è sempre lucido, sbaglia ancora troppo - anche contro l'Atalanta il cambio Bakayoko-Bonaventura è sembrato poco logico -, paradossalmente gestisce anche umanamente non al meglio i momenti di difficoltà dei singoli. A Napoli sbagliò sostituendo Biglia subito dopo l'errore sul primo gol di Zielinski; contro l'Atalanta ha fatto più o meno lo stesso con Calabria, richiamato in panchina dopo il primo pareggio di Gomez. Questa azione-reazione, che in certe occasioni può essere anche giusta, dà la sensazione di pesare sui giocatori e sulle loro giocate. Il Milan non rischia mai, è scolastico, spesso e con gran parte della squadra. Si prendono licenze in questo senso solo Higuain, Suso e Calhanoglu. Un po' per ruolo, un po' per esperienza. Serve qualcosa in più. Altrimenti resterà sempre il Milan delle occasioni perdute. Un Milan che poteva essere molto in alto ed è rimasto nel mischione di una classifica che poteva già essere allungata.

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