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Maldini: "Dispiace vedere così la Triestina"

"Io e Rocco? Bel rapporto, era un uomo grande"

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PAOLO MANDARA'

Nereo Rocco e Cesare Maldini, Lapresse

Il secondo fallimento della Triestina (a quasi 18 anni da quello del giugno '94) riapre una ferita nella storia del calcio nostrano. Una società soffocata dai debiti, straziata dalla sentenza di un Tribunale, non può resettare i ricordi. Specialmente quelli legati a due grandi di questo sport: il 'Paròn' Nereo Rocco, giocatore e allenatore dei rossoalabardati, e Cesare Maldini, che da Trieste intraprese una carriera mitica, fino alla conquista di coppe e scudetti che ne riempiono il palmares.

Papà di Paolo, precursore di una generazione di fenomeni e profondamente legato al suo secondo amore ("Mi scusi, se anche parlando di Triestina, tiro dentro sempre il Milan"), Maldini ripercorre ai microfoni di Sportmediaset il suo legame con la città e la sua gente. Dando uno sguardo, un po' disilluso, all'attuale club, che sguazza a fatica nelle acque della Lega Pro.

Per la Triestina si è riaperto il baratro. Il Tribunale Civile di Trieste ne ha decretato il fallimento. Cosa prova?
"Sensazioni fortemente negative. Quando fallisce una grande squadra come la Triestina dispiace. A me più di altri, dato che Trieste è la città in cui sono nato e cresciuto e la Triestina la squadra in cui ho iniziato a giocare a calcio".

Ci descrive la passione dei tifosi rossoalabardati per il calcio?
"Trieste è di per sé una città fantastica, ma la sua gente non è che si spelli le mani per il pallone. I tifosi non hanno mai avuto un rapporto morboso con la squadra, né la passione tipica di alcune piazze del Sud. Non c'è adesso e non c'era neanche in passato. Detto questo, resta comunque un grande dispiacere"

Ha seguito negli ultimi anni le vicende della sua ex squadra?
"A Trieste torno pochissimo dato che vivo a Milano. Eppure non ho mai perso di vista ciò che accade da quelle parti: alcune cose, come il pubblico finto allo stadio, mi hanno fatto ridere. Conosco anche il signor Fantinel (proprietario delle quote di maggioranza della Triestina fino alla scorsa estate, ndr): siamo amici, quando torna a Milano si va a pranzo insieme. Mi ha sempre detto di avere delle difficoltà a mandare avanti il progetto, a Trieste nessuno si fa sentire...".

Il fallimento è stato decretato per un debito accumulato di sei milioni di euro...
"Mandare avanti una società professionistica non è facile di questi tempi. Non sono mica undici amici che si ritrovano al campo un'ora prima della partita. Ultimamente a Trieste si è toccato il fondo".

Cesare Maldini esordisce con la maglia della Triestina a 21 anni, in Serie A. Con quali emozioni?
"Può immaginarlo. Per chi gioca a calcio dall'età di 14-15 anni e fa tutta la trafila del settore giovanile, ritrovarsi in prima squadra a quell'età dà emozioni incredibili. Ma è così per tutti quelli che sognano di giocare a calcio, non solo per quelli che lo fanno a Trieste. Certo, è una città che mi ha dato tantissimo: sono stato lì per i primi 21 anni della mia vita..."

A Trieste ebbe il primo approccio con il Paròn Rocco. Cosa le ha dato a livello umano e professionale? 
"Con il Paron c'è stato subito un buon rapporto. Con la sua famiglia continuo a sentirmi, siamo rimasti ottimi amici. Con Rocco in panchina ci sentivamo un po' dei figli. E' stato un maestro, una persona che ci voleva molto bene. Un grande signore e un educatore, sia sportivo che nella vita. Dopo Trieste, mi ha raggiunto anche al Milan. Lì l'ho un po' aiutato a conoscere la nuova realtà, gli ho fatto capire un po' di cose della città. Ma, sia chiaro, le scelte di campo erano sempre e solo sue".

Oltre alle origini triestine, vi accomuna il fatto di aver portato all'Italia e al Milan la prima Coppa dei Campioni della storia...
"A Wembley, che ricordi. Era la stagione '62-'63. Vincere una Coppa dei Campioni a 23-24 anni ti produceva di quelle scintille in corpo... La prima coppa vinta con il Milan rimarrà sempre la più bella. Ed è esposta ancora presso la bacheca in Via Turati, fa bella mostra di sé".

Durante la sua carriera, le è capitato altre volte di incrociare la Triestina. Da avversario, ad esempio, con il Parma nella stagione '78-'79. Era uno spareggio per tornare in B...
"Già, lo ricordo come fosse ieri. Il Parma mi aveva chiamato a dieci partite dalla fine del campionato: le abbiamo vinte tutte. A due-tre giornate dalla fine abbiamo espugnato Trieste, poi siamo arrivati a giocarci lo spareggio a Vicenza. Battemmo ancora la Triestina 3-1 e salimmo in Serie B. Era il nostro anno".

Rallentò la marcia della 'sua' squadra verso il calcio di primissimo livello. Ha mai covato un po' di dispiacere?
"Assolutamente no. Non esisteva alcun rimpianto, eravamo professionisti. Io ero stipendiato e mantenuto da una società: il Parma. Dovevo fare il massimo per quella squadra. Certo, prima della partita saluti gente che conosci, ti tornano in mente tante immagini. Ma finisce lì".

Cosa vede nel futuro della Triestina? Crede che la città possa riappropriarsi di un fenomeno culturale e sportivo come il grande calcio?
"A Trieste è difficile fare calcio, ma spero sempre che le cose migliorino e arrivi qualcuno che abbia a cuore le sorti dei nostri colori rossoalabardati e possa rilanciarci. Me lo auguro di cuore: viva Trieste".

I VOSTRI COMMENTI

smaramba - 25/01/12

caro cesare, guarda che fantinel non te l'ha mica raccontata giusta..informati meglio!!

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